Nel racconto di Lucia Trotter, la storia di una famiglia cresciuta tra fili, pedali e navicelle

Mezzano – Ci sono storie che sembrano scritte ancora prima di compiersi. La storia della tessitrice Lucia Trotter è una matassa di fili che si intrecciano, si perdono, si ingarbugliano e, a distanza di anni, si tendono insieme per costruire la trama del futuro.
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Ogni giorno, a Mezzano (Trento), Lucia e sua cognata Teresita siedono al telaio di Artelèr, il loro laboratorio artigianale. Mezzano è un paese di 1600 abitanti nella località trentina del Primiero ed è famoso perché gli artisti del luogo ne arredano vie e piazze con cataste di legno artistiche. È un borgo di montagna – uno dei Borghi più belli d’Italia – in cui i suoi abitanti amano vivere.

I giovani lo lasciano per studiare, fanno esperienza all’estero, ma poi tornano qui per mettere su famiglia e portare idee innovative. Aprono negozi, attività, si dedicano all’artigianato e si impegnano nella comunità per tenere vive le tradizioni del luogo e farle conoscere organizzando rievocazioni storiche e feste popolari.

Il nonno che ha lasciato la valle portandosi dietro il telaio

Lucia Trotter è nata qui, suo padre era tessitore come suo nonno, Primiazzo  Zanon, tessèr della Val di Fiemme che a metà del Settecento ha lasciato la sua valle perché non c’era lavoro, produceva poco panno e poca tela.

Da un giorno all’altro ha smontato il suo telaio, se lo è tirato dietro come unico bene prezioso attraversando i boschi e valicando il versante dei monti per fermarsi a Primiero, dove le comunicazioni e i commerci con Bassano erano veloci e i clienti non mancavano.
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“Qui a Mezzano mio nonno ha messo su casa, bottega e famiglia – racconta Lucia – e ha avviato una lunga stirpe di tessitori, che a quei tempi erano solo uomini”. “Suo figlio Gian Maria, suo nipote Giuseppe, il pronipote, detto Giotto, ma ancora Gian Maria, hanno continuato a tessere e si sono tramandati il mestiere fino a metà Ottocento senza mai distogliersene, né per un campo, né per  un animale”.

Poi è arrivato Giorgio e le cose sono cambiate.

Giorgio era portato per la musica e in un giorno di primavera, mentre aiutava le donne di Mezzano a sbiancare il filo, tenendo vivo il fuoco sotto le caldaie  per la fare la lisciva, un compositore di musica sacra lo ha notato e sorpreso a strimpellare su un sasso, diventato una tastiera immaginaria. “Quel compositore, Giuseppe Terrabugio, si è offerto di insegnargli a suonare o lo ha portato a Fiera per ospitarlo nella sua casa e dargli lezioni di musica – racconta ancora Lucia – Questo ha significato molto per la nostra famiglia: il retro della casa del maestro guardava lo spiazzo in cui i Trotter, tessitori e imprenditori, avevano da poco eretto un capannone“.
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L’arte che arriva dalla Boemia

I Trotter erano stati in Boemia tra gli anni quaranta e cinquanta dell’Ottocento per lavorare a un importante progetto ferroviario e, durante quel soggiorno, uno di loro è riuscito ad apprendere un particolare tipo di tessitura, di cui ha riportato segreti e disegni. “Una volta tornato, questo giovane ha aperto un laboratorio e insegnato i primi rudimenti dell’arte ad altri ragazzi, chiamati a lavorare come garzoni, fra cui Giorgio, mio nonno”.

Giorgio, essendo figlio di tessitori, ha imparato subito e solo a lui Gigio Mao Trotter ha deciso di insegnare i segreti della tessitura boema del copriletto, una delle cosiddette “opere grandi”,  tessuti lavorati con diciotto e ventiquattro pedali.
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Il ragazzo è rimasto a lungo  con i suoi maestri di musica e di tessitura e, a vent’anni, si è fatto costruire il suo primo telaio in noce, tutto intagliato, per iniziare a lavorare in proprio. “Prima della guerra mio nonno ha avuto molto successo, si è sposato giovane e si è sposato una seconda volta”. “Lo chiamavano Giorgio dei ‘soraletti’, tanto i suoi copriletto in pura lana con l’ordito erano diventati famosi fra le clienti”

“Durante la Grande Guerra la sua seconda moglie ha salvato i licci, le cárcole e la casse del telaio nascondendoli sotto il letto, ma i tedeschi hanno bruciato tutto nella ritirata del 1918.”

Lina, a nove anni, tesseva in piedi

Dopo la guerra, Giorgio si è fatto costruire un secondo telaio e ha iniziato a inventare nuovi disegni per ogni donna che, portandogli il filato, chiedeva un tessuto esclusivo, che non aveva nessun’altra. Tesseva tre copriletto al mese lavorando tre ore alla mattina, quattro al pomeriggio e ritagliandosi il tempo per  i suoi passatempi: suonava in chiesa, componeva musica, insegnava a cantare…e un giorno ha deciso di insegnare a sua figlia Lina l’arte della tessitura.
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“A nove anni Lina, mia madre, sapeva già molte cose: era cresciuta con il telaio in casa. Fissava i disegni sui pedali legando le cárcole e aiutava suo padre a ordire – ripercorre la storia Lucia – Mia madre, da bambina, tesseva in piedi ed è rimasto nella storia della nostra famiglia un copriletto bianco e rosso con le cimose perfette, con strade, mandole e rose”.

“Mia madre è diventata una tessitrice di professione, non come le altre donne, che tessevano cose non importanti per le esigenze di famiglia”. “Ha lavorato per molti anni, assistendo al passaggio dal lino al cotone in arrivo dall’Austria“.
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E dall’Austria arrivava il cotone

I filati che si tessevano prima del cotone erano, oltre alla lana, il lino e la canapa, che venivano coltivati in loco e lavorati dalle donne nei filò: “Avere un gomitolo di lino o di canapa era un tesoro per le donne dell’epoca, era garanzia di sostentamento per le loro famiglie”.

“La lavorazione della materia prima era molto complessa e richiedeva molto tempo, ma era anche motivo di aggregazione fra le ragazze del paese – racconta Lucia Trotter – Conservo molto gelosamente due gomitoli antichi di lino e canapa, ricordando ogni volta la fatica che accompagnava le giornate di quelle donne”.

Pulivano, trattavano e preparavano i filati per la tessitura, facendo anche i famosi nodi che hanno dato origine al proverbio:

Tutti i nodi vengono al pettine

Dopo la seconda guerra mondiale dalle fabbriche austriache arrivava sempre più cotone, che poteva sostituire l’ordito in lino: questo semplificava le cose perché la fibra del lino, filato a mano, non è abbastanza resistente e va necessariamente trattata.Oggi il cotone viene apprettato ma a quel tempo, con un bruschino, le donne spargevano sui fili la bozzima, una specie di colla fatta di crusca e grasso bolliti assieme.
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“Mia madre ha iniziato a tessere i fili colorati, con il tempo ha dato vita al suo stile staccandosi da quello di suo padre, i cui motivi erano principalmente bianchi e neri – continua Lucia Trotter – Con la tintura sono diventati neri e rossi, bianchi e rossi, gialli e marroni, gialli e bordeaux, bianchi e verdi e persino bianchi e azzurri“. “Ma negli anni Settanta, dopo aver dato alla luce quattro figli, ha smontato il telaio e lo ha messo in soffitta. Erano gli anni del boom delle fibre sintetiche, un concorrente con il quale era difficile gareggiare”.
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Il vecchio telaio chiuso per anni in soffitta

Eppure quel telaio chiuso in soffitta, dopo aver dato alla luce tanti capolavori, faceva male. Lina ripeteva sempre ai suoi figli che un giorno o l’altro avrebbe dovuto insegnare loro la tecnica. “Io e mio fratello Angelo a un certo punto abbiamo convinto mia madre a tirare fuori il telaio e insegnarci a tessere“, racconta Lucia. E Lina ha rimesso i piedi sui pedali e ha iniziato a ripercorrere con le mani i gesti che avevano reso grande la sua famiglia.
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“Il telaio costruito nel 1918, però, era stato progettato per tessere filati dell’epoca, non quelli contemporanei – spiega Lucia – Io e mio fratello abbiamo girato il Veneto in cerca di fili ritorti e robusti pensando di usare quel telaio antico per realizzare tessuti moderni, adatti alla vita quotidiana”.

E così hanno fatto campioni, inventato tessuti nuovi, pasticciato e fatto anche qualche errore. “Abbiamo iniziato a fare gilet e cappotti per gli amici, sperimentando nuove tecniche e gettando le basi per quello che facciamo oggi: capi di abbigliamento e di arredo casalingo realizzati con l’antica tecnica di mio nonno ma adatti a tutti i giorni”.
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Lina da qualche anno non c’è più, ma la sua memoria e i suoi insegnamenti vivono fra le pareti  del laboratorio in cui Lucia e Teresita preparano abiti per le spose, giacche, camicie, vestiti che mettono insieme tessuti diversi seguendo i disegni Carmen Bonat, la figlia di Lucia, che di professione è diventata una stilista: “Anche lei è cresciuta con le mani sul telaio – dice Lucia – Ha vissuto per un lungo periodo in Australia e se ne è fatto costruire uno per tessere con lane pregiate e colori diversi: è diventata una sarta che lavora solo tessuti di telaio artigianale“.
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L’antica arte del nonno rivive con Artelèr

Oggi Lucia insegna l’arte ai suoi nipoti e a quelli dei suoi fratelli. Arte che rimane in parte segreta, custodita nelle pagine dei quaderni lasciati dal nonno e tenuta in vita dai tessuti damascati che ancora oggi decorano borse a tracolla e capi preziosi.
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Il lavoro si impara solo facendo e sbagliando.  L’importante è non mollare e tenere stretta la passione per farla vivere e fiorire.

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Lina, la mamma di Lucia, era sposata con Corrado Trotter: con il suo matrimonio, per uno strano e fortunato caso della vita, ha riportato i suoi figli nella scia del cognome a cui si attribuisce il trasferimento dalla Boemia a Primiero della tecnica che tuttora contraddistingue il lavoro del laboratorio “Artelèr”.

Come si  legge nel libro* che Lucia consegna a quanti desiderano conoscere la sua storia:

Il caso, si sa, ogni tanto ama intrecciare i fili delle storie e riuscirci con due famiglie di tessitori deve essere stata un’avventura.

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*Il libro, da cui sono state tratte informazioni per questo articolo, si chiama “Memorie di Lina Zanon Trotter” ed è stato redatto a cura di Emanuela Renzetti con i disegni di Jimi Trotter e l’impaginazione di Gianfranco Bettega.