Dall’amore tatuato sul braccio all’alcova nella cella frigo: cronache di una domenica al reparto ortofrutta

Storiedichi_Silvia_MiolaNed lavorava molto raramente la domenica mattina dato che una sua collega divorziata (madre di due figli e con ben due impieghi) per qualche inspiegabile ragione preferisce lavorare la domenica mattina. Probabilmente si offre volontaria per fuggire dalla babele di guai che la attende dietro l’uscio di casa.

Ned pensava spesso a quella donna e in particolare al fatto che una decina di anni fa le dichiarò di essere molto innamorata. Il suo compagno di allora, altrettanto innamorato, si era spinto fino a tatuarsi il nome dell’amata sull’avambraccio.

Qualsiasi persona abbia un minimo frequentato i bassifondi sa quanto porti sfortuna tatuarsi il nome dell’amata e in fatti la promessa di amore eterno si era poi rovinosamente dissolta. Per di più le sembrava inappropriato che un gesto così infantile fosse commesso da un uomo di quasi cinquant’anni e, che a detta della compagna, aveva anche frequentato le patrie galere.

Questa vicenda del carcere… Ned non aveva mai saputo come interpretarla. Riteneva che la collega in qualche modo ne facesse vanto, il compagno dal canto suo la faccia da galeotto ce l’aveva, ma allora perché commettere un errore così infantile come tatuarsi il nome dell’amata? Eppure esperienza del mondo ne doveva pur aver fatta.

Storiedichi_Silvia_MiolaLa collega “della domenica”, per magnificare la passione che li aveva travolti, le aveva raccontato che durante il loro primo fatale incontro (all’interno di una pizzeria) egli le fissava tette con bramosia. L’allora ventottenne 103 faticava di gran lunga a non rimanere sbalordita o scandalizzata, tuttavia frequentava le sottoculture e quindi sapeva che doveva dimostrare complicità verso la depravazione. Certo, un conto è dimostrarla per la depravazione affettata di giovani provocatoriamente trasgressivi, un conto era mantenere il sangue freddo durante questi racconti che, nell’intenzione della collega, dovevano esprimere l’incredibile affinità elettiva tra i due amanti.

Storiedichi_Silvia_MiolaAd ogni modo, la collega quel giorno era in ferie quindi avevano incastrato Ned appioppandole il turno domenicale. Fortunatamente la domenica mattina non è mai particolarmente caotica perché il supermercato non si trova all’interno di un centro commerciale, ma è un “supermercato di quartiere”.

Mentre operatore 103 rifletteva invano sull’amore eterno, il collega dell’ortofrutta Rep.3 si avvicinava a rapidi passi. È un uomo di più di cinquant’anni, di bassa statura e in perenne movimento: ricordava un furetto forse anche per la sua dentatura aguzza. Generalmente quell’andatura preannunciava qualche battuta di creativa volgarità oppure l’aver colto in flagranza qualche cliente malandrino.

Ned provava molta simpatia per quell’uomo e le sue surreali avance. La sua avance standard era: “te speto in ceła” ovvero “la cella frigorifera dell’ortofrutta sarà la nostra alcova”. La capacità di immaginare avventure erotiche tra casse di zucchine e pomodori all’interno della gelida cella refrigerante suscitava in Ned grande ammirazione. Per di più, per le sopracitate ragioni, Ned dimostrava gran divertimento a quelle battute e con un po’ di civetteria lasciava intendere: «Altro che celle frigorifere, se solo sapessi…!» Con il passare degli anni il ruolo di Dorian Grey non le sembrava più appropriato e infatti lo aveva smesso, ma era comunque dell’opinione che una dama ha il dovere di essere aggiornata sulla pornografia contemporanea.

Qualche benpensante riterrà che gli approcci del furetto-collega siano disdicevoli nel posto di lavoro, ma la cassiera non li aveva mai percepiti come molestie: un po’ per la loro bizzarria e un po’ perché spesso il collega li proferiva in presenza d’altri e il tutto finiva in una fragorosa risata.

Tuttavia i rapidi passi dell’ortofrutticolo incalzavano. Quest’ultimo si avvicinò e le sussurrò: “Te vedarè uno coe braghe dea tuta..” “Età indicativa?” interruppe Ned “Cinquant’anni circa, asa stare, … gha tolto un sacheto de navel (arance varietà Navel) e do pachi de pasta. Gha i caveij neri.” “Neri-tinti.» precisò puntualmente IBM “Anzi, no…” si corresse consultando un dizionario tascabile: “mori-tinti.” Il collega dell’ortofrutta ignorò IBM e prosegui: “Gha pesà un sacheto de navel e po’ el ghe gha zontà altre do navel.”

Furto di due arance quindi.

Sia Ned che il collega provano profonda stizza e Ned la espresse: “Possibile che i clienti ci ritengano dei deficienti?” ma il collega sviò il discorso: “Asa stare…, te fe finta che le navel no pasa e te me ciami mi! Ghe peso el sacheto de novo e ghe caccio su le do navel.” “Te fe ben, no fa mia el furbo con noialrti!” intervenne IBM che iniziava a sentirsi estromesso.

Piano perfettamente riuscito: arance pagate.

NOTE:

Te vedarè uno coe braghe dea tuta: Tra poco arriverà in cassa un uomo vestito con i pantaloni della tuta da ginnastica.
Cinquant’anni circa, asa stare […]: Ha circa cinquant’anni, ma non è rilevante. Ha preso alcune arance Navel e due pacchi di pasta di semola. Quasi dimenticavo: ha i capelli neri.
Neri-tinti, mori-tinti: tinti di nero, il composto corretto è mori-tinti.
Gha pesà un sacheto de navel […]: Ha preso alcune arance e le ha messe nel sacchetto, le ha pesate quindi ha aggiunto altre due arance (senza pesare l’intero sacchetto).
Asa stare…, te fe finta che […]: Non crucciarti, fingi di avere qualche problema con il codice a barre delle arance, poi mi chiami così posso pesare correttamente tutte le arance.
Te fe ben, no fa mia el furbo con noialrti: Ben fatto, se pensa di fregarci sta fresco!