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“Ecco il pezzo di cuore che dono alle mie figlie”. Gianna, la mamma che ascolta le montagne

Tonadico (Trento) – “Il mio sogno, adesso, è vivere in una scatola di fiammiferi. Mi bastano un caminetto che fuma e due sedie di legno: una per me e una per chi mi viene a trovare”. Gianna ha i capelli corti, brizzolati, e spiega che desiderare questo, dopo anni di “scalate” e sogni annaffiati da una ferma convinzione, è la felicità. Una cosa semplice, in fondo, che somiglia a dire “grazie” a chi, o a cosa, ti fa amare il luogo e la situazione in cui vivi, in cui cresci, metti radici e ti costruisci.Storiedichi_Malga_Canali_wm_05Gianna coltiva la sua felicità fra le montagne trentine del Primiero, nella Val Canali, conosciuta per la piccola malga che le immense Dolomiti guardano dall’alto delle loro romantiche cime rosate. Quella è la sua malga, è la Malga Canali, dove i genitori l’hanno portata in una cassetta della frutta quando aveva tre mesi.

“Ero la più piccola di tre sorelle, mio padre mi ha cresciuta come il maschio di casa”. “La prima volta che mi ha chiesto di tagliare la legna, gli ho risposto con il broncio: ‘E se mi taglio?’ ‘Ti tagli anche facendo l’uncinetto’, mi ha detto. “Da lì, io e la montagna siamo diventate una cosa sola”.

Quando, quarant’anni fa, il suo promesso sposo è andato a prenderla con il fotografo a bordo dell’unica macchina del paese – tirata a lucido e diretta alla chiesa – lei stava tagliando il fieno. “Comanda la montagna, sempre – dice Gianna – Figurarsi se basta un matrimonio a fermare la natura”.

Figurarsi. A furia di tagliare legna e fieno, di mungere le vacche, fare formaggi, raccogliere uova, allevare conigli e pascolare le capre nel verde morbido illuminato dalle splendenti Pale di San Martino, Gianna ha trasformato la piccola malga del padre in un agriturismo in cui oggi si fa la fila per entrare. E poi ha cresciuto due figlie, Rita e Lucia, mamme a loro volta di due e tre figli che già dettano legge sul colore delle tovaglie.

La malga di Gianna è un gioiellino di legno, mestoli e profumo di brodo protetto dalle quinte rocciose di un teatro dove si respira aria pulita e si guardano cieli azzurri con un sottofondo di campanacci.

E questo è un anno tosto, è l’anno del cambio di ruolo che nel gergo d’azienda si chiama “passaggio generazionale“.
Storiedichi_Malga_Canali_wm_03Fra poco toccherà a Rita e Lucia prendere in mano Malga Canali, gestire il carico fertile della passione di famiglia e trasformarlo in qualcosa che magari (sì, magari), un domani qualcuno farà fiorire e crescere con la stessa attenzione, con lo stesso amore. “È ora, è giunto il momento che siano loro ad andare avanti. Largo ai giovani – dice Gianna – Ho cresciuto le mie figlie con la passione che provo per questo posto, sarà questo il loro patrimonio, lo stesso che i miei genitori hanno trasmesso a me”. “Me ne vado con il cuor contento e pieno di orgoglio”.

Parole sante, parole che tanti di noi non hanno mai sentito e forse non sentiranno mai. Ma qui, in Val Canali, risuonano come l’eco fra le montagne quando Gianna, che non ha ancora compiuto sessant’anni, si fa riguardo a posare accanto alle figlie e alla nipote Lara per una foto.

Vuole che vadano avanti loro, le ragazze.
Storiedichi_Malga_Canali_wm_01E lo faranno: le ragazze andranno avanti a servire zuppetosela, salsicce, vino rossopolenta con il formaggio fuso ai clienti che prenotano con anticipo per mangiare quello che preparano in giornata con i loro formaggi, le loro uova, le carni dei loro animali, il latte delle loro mucche.

Guai a parlare di menu, guai a chiedere una birra o una coca-cola. “Tanti anni fa, in un sabato di luglio, un signore è venuto qui e ha ordinato una pastasciutta – mi racconta Gianna – La malga era completamente vuota, ho strappato l’angolo di una pagina di ‘Vita trentina’ e ho scritto sopra l’indirizzo di un ristorante in cui poteva trovare quello che voleva”. “Quando ho aperto l’agriturismo trent’anni fa non conoscevo nemmeno il significato di questa parola. Ma ho sempre pensato che fosse bene far entrare i clienti nella mia vita, piuttosto che adeguarmi io alla loro”. “In fondo, uno viene qui per vedere come si vive in una malga in mezzo ai monti, perché mai dovrei servire hamburger e patatine fritte?”Storiedichi_Malga_Canali_wm_04

Ora, di fronte a lei, ci sono macchine che vanno e vengono, scalatori con le guance rosse seduti sulle panchine, bambini che corrono attorno alle balle di fieno, tavoli pieni, due figlie e una nipote indaffarate a entrare e uscire dalla cucina con vassoi stracolmi di piatti e bicchieri.

A quanto pare, la sua strategia ha funzionato. “Per anni questo posto è rimasto vuoto. E se dico vuoto, dico che in alcuni giorni non si presentava anima viva – ricorda Gianna – Ho pianto tanto, qui dentro, mi sono sentita in difficoltà, ma non ho mai smesso di credere in quello che volevo e di sognare un posto così, in cui la gente entra, mi abbraccia, mi chiama per nome, mi chiede come sto e, soprattutto, apprezza la nostra cucina semplice, la cucina delle nostre montagne”. “È questo quello che volevo, l’ho realizzato, l’ho trasmesso alle mie figlie e ora lo voglio raccontare”.

Gianna ha varcato i confini del Trentino solo due volte nella sua vita: è stata una volta a Roma e un paio di anni fa è andata a Monaco di Baviera per una conferenza stampa, stando attenta che in treno non le si stropicciasse la camicetta. “È questa la mia casa, non mi interessa andare altrove”.

Il mio mondo siete voi, che venite qui a trovarmi e mi raccontate cosa succede fuori”.
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Ma i racconti più interessanti sono i suoi, in cui si narra di quando, in inverno, nella Val Canali si asciugava la sorgente e bisognava andare “giù”, a Transacqua, fino al venerdì santo, che con la sua onda di sacralità riportava l’acqua per le bestie e per le coltivazioni. Racconti in cui si dice che la legna va tagliata in luna calante, perché così si asciuga prima e non trattiene la linfa.

La luna muove il mondo – dice Gianna – Bisogna osservarla prima di tagliare un albero, di fare un attrezzo, e prima di prendere decisioni.

Dice anche una cosa che suona d’altri tempi: “La base della vita è l’insegnamento dei nostri vecchi. I miei genitori mi hanno dato tutto, mi hanno insegnato ad ascoltare la natura, i suoi cicli, i suoi silenzi”. “Mi piace pensare alla mia vita come a un libro in cui solo la prima pagina è scritta al presente, e tutto il resto è il passato a cui ho la fortuna di dire ‘grazie’ ogni giorno”.

Quando andrete a trovarla nella sua scatola di fiammiferi, in cui ci saranno sicuramente due sedie, non stupitevi se a un certo punto, battendo i pugni sul tavolo, vi dirà:

Se avete occhi per guardare, vi renderete conto che è qui l’America.

Suo padre lo diceva agli emigranti del dopoguerra ma, visti i tempi che corrono, va bene ripeterlo anche adesso.

Buon viaggio.
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