A Venezia, nel magazzino-laboratorio dove donne, uomini, animali e ortaggi nascono dal vuoto

Venezia – Qualche giorno fa avete letto la storia di Camilla, che taglia, cuce, assembla e trasforma in borse e accessori i brandelli delle vele. Nel magazzino-laboratorio in cui lavora, e che divide con altri creativi veneziani, un artista trascorre le sue giornate seduto su uno sgabello, con le gambe accavallate e gli occhi concentrati sulle dita, che piegano una sottile rete metallica.

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Masaru-Kashiwagi_Storiedichi_wm_11I movimenti ricordano la grazia di chi lavora la carta: questo artista sembra costruire piccoli origami, ma mi accorgo che fra le sue mani prende forma il piede di un babbuino.

La luce calda di una lampada ne illumina i particolari; attorno, sculture in bronzo e rame, secchi di polvere di gesso, rotoli di scotch, pinze e attrezzi di ogni genere compongono un attraente spazio scenico.

Questo è il mondo di Masaru Kashiwagi, un artista giapponese di cui avevo già apprezzato le opere senza sapere dove nascessero. Quando ho scoperto che lavora nello stesso laboratorio di Camilla, gli ho chiesto di raccontarmi la sua storia.
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Masaru vive a Venezia da 36 anni ed è arrivato qui negli anni Ottanta dopo un lungo tirocinio a Takaoka, nel suo Paese, con il maestro di artigianato artistico in bronzo Shoen Suga.

Sono venuto a Venezia perché non ci sono le macchine, e penso che il silenzio faccia bene a uno scultore.

Nel 1986 e nel 1998, Masaru ha collaborato con altri artisti all’allestimento del padiglione giapponese alla Biennale di Arti Visive e, nel 1991, ha organizzato la sua prima mostra personale a Tokyo. È sposato con Pinella, guida turistica veneziana, ha due figli e il suo lavoro è più conosciuto in Giappone, dove ha vinto premi d’arte internazionali, che in Italia.

Chi vive nella terraferma veneziana sa, però, che una delle sue opere domina la piazza di Cazzago di Pianiga. Si chiama “Slancio” e durante la devastante tromba d’aria dell’otto luglio 2015, che ha messo in ginocchio la Riviera, è rimasta con i piedi ben saldi alla sua base.

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Da qualche anno Masaru ha deciso di scolpire l’aria. La statue in bronzo dividono gli spazi del suo laboratorio con uomini, donne, cani, ippopotami, scimmie e addirittura zucche e ortaggi ricavati dalle trame di una leggera rete metallica, che l’artista ricopre con migliaia di tessere di rame, unite fra loro da un numero indefinito di viti.
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Accanto a lui c’è sempre Tobby, il suo fedele labrador.

Quando gli lancio la palla, Tobby sa esattamente come prenderla al volo: sembra leggere una traiettoria nell’aria. Mentre piego le trame di rete provo a fare lo stesso, a immaginare che nell’aria ci sia un disegno, un insieme di linee da seguire .

Masaru Kashiwagi ha iniziato a scolpire la rete isolando uno dei processi della fusione a cera persa, tecnica che da sempre utilizza per le sculture in bronzo. “Da trent’anni uso questa rete per dare forma al modello in argilla che costituisce il vuoto delle mie opere – racconta – Qualche tempo fa mi sono chiesto: perché non creare un’opera dal vuoto?”
Masaru-Kashiwagi_Storiedichi_wm_12Negli ultimi quattro anni Masaru ha realizzato 23 pezzi. Non li ha ancora esposti in una mostra personale e sono soprattutto i privati a chiederli su commissione. Per chi si trovasse a Venezia, una sua opera si può ammirare all’ingresso dell’hotel “Le Isole“, in Campo San Provolo.

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Gli uomini e le donne di Kashiwagi hanno spesso mani e piedi giganti. L’artista non ne disegna i modelli ma, per ricordarsi i passaggi delle trame di rete che li costituiscono, a volte “seziona” le sculture e le appiattisce su grandi fogli di carta che contengono la “mappa” delle sue opere.
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“Quanto costruisco una figura umana mi sento libero di giocare con le proporzioni del corpo: nell’essere umano non esiste l’equilibrio perfetto – dice – C’è chi mette al primo posto la mente, chi le mani, chi il cammino”. “Nella natura e negli animali, invece, l’equilibrio è tangibile, è la sostanza stessa del loro esistere”.

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Masaru dà l’impressione di essere un uomo di pazienza.

Pazienza?“, mi chiede.

Anche i pescatori sono pazienti. Ecco, forse io sono un po’ come loro: alleno la pazienza per necessità. Non vedo in quale altro modo potrei sentirmi realizzato.

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