Il Contratto Nazionale del Lavoro non è il Vangelo

La collega 125 del reparto ortofrutta uscì dallo spogliatoio femminile tuonando una bestemmia e aggiungendo: “E pò te si in caso a fare “apertura” el dì dopo.”

La questione era assai grave: da tempo serpeggiavano voci incontrollate di una possibile proroga dell’orario di chiusura. Si ventilava la possibilità di rimanere aperti al pubblico fino alle ore ventuno, che per i dipendenti significa uscire dal supermercato alle ore ventuno e trenta.

Storiedichi_Operatore_103Il disappunto manifestato da Operatore 125 si riferisce al fatto che devono trascorrere almeno dodici ore dalla fine del turno serale all’inizio del turno del mattino del giorno seguente. La cosa funziona abbastanza agevolmente per chi lavora nel reparto casse, ma non per chi lavora nel reparto gastronomia oppure ortofrutta, dato che spesso il turno di lavoro inizia alle sette del mattino.

Il Contratto Nazionale del Lavoro “no xe mia Vangeło”: deve intendersi più che altro come una linea guida secondo cui gestire il lavoro, quindi il rischio reale di avere appena otto o nove ore di riposo notturno esiste eccome.

Operatore 103 si rifiutava di dare credito a queste voci. Se pure per lei, in qualità di cassiera, non si sarebbe verificato l’inconveniente del riposo notturno, significava in ogni caso rincasare cinque o sei sere a settimana verso le dieci della sera a vantaggio dei colleghi con numerosa prole. Non poteva escludere però che si trattasse di menzogne fatte circolare al solo scopo di destabilizzarla ulteriormente.

La cassiera aveva già provveduto a rielaborare in sogno la terribile prospettiva. Si immaginava istitutrice di due figli di un inventore-ingegnere e il tutto era ambientato in un mondo vagamente ispirato agli anni dieci del Novecento. La casa in cui svolgeva la professione di istitutrice sorgeva su di una diga isolata dove regnava un eterno crepuscolo e proprio un eterno crepuscolo si sarebbe verificato nella sua vita se avesse sempre finito di lavorare alle ventuno e trenta.

Con civetteria inconscia si era immaginata più alta, più magra e fasciata in un castigato abito nero tardo-ottocentesco. Ovviamente lo scienziato era sordidamente innamorato di lei, mentre la moglie sopportava il tutto con malinconica rassegnazione. Del resto chi avrebbe potuto competere con la chioma corvina, l’incarnato alabastro e il portamento severo della istitutrice-cassiera?

Storiedichi_Silvia_MiolaL’incubo l’aveva spinta a interrogare il collega rappresentante sindacale. Cercava di mostrare una certa indifferenza, quasi l’uomo potesse indovinare il contenuto del sogno. Si trovavano entrambi nella corsia “prime colazioni” più precisamente vicino alle confetture biologiche.

Ned-Operatore 103 esordì con malsimulata apatia: “Ho sentito… circolano delle voci riguardo l’orario di chiusura.”

Il sindacalista sibillinamente rispose: “Se circolano delle voci qualche cosa di vero deve esserci.”

Il terrore invase il corpo della cassiera. Un fremito delle rughe poste a raggiera attorno gli occhi dell’uomo dicevano chiaramente: “È tutto vero, ma ufficialmente ancora non posso confermarlo.”

“Oddio.” fu tutto quello che riuscì a pensare 103.

Beh, avrebbe venduta cara la pelle prima di iniziare a sbriciolarsi per l’assenza di luce naturale!

Il direttore del supermercato doveva aver intuito una qualche strana agitazione e si avvicinò alla cassiera mentre percorreva la corsia “pasta di semola, olio e sottaceti”.

“Operatore 103,” disse “ti vedo tranquilla. Sembri serena.”

“Non tema”, rispose 103, “la depressione è ciclica, deve solo avere un po’ di pazienza vedrà che si ripresenterà.”

Mentre la cassiera si allontanava il direttore pensò: “Non mi piace quella 103, devo tenerla d’occhio.”

Nel frattempo Ned si scervellava: “Forse dovrei fidanzarmi con un IBM: sarebbe la soluzione ideale, ma 2052901895 è mio allievo e gli altri IBM… insomma… non ce n’è uno attraente. Ora però devo scacciare questi pensieri: IBM ha un compito in classe.”

Si avvicinò alla cassa numero sette e salutò IBM, poi prosegui: “Oggi compito in classe di “conversazione”, fa media con lo scritto.” IBM annuì un po’ teso.

Due donne sulla trentina iniziarono a scambiarsi consigli di cucina proprio in cassa sette, una diceva all’altra: “Sì, lo strudel è facile… ci sono un sacco di varianti: puoi mettere nel ripieno anche il pan grattato o i pinoli. Potresti anche aggiungere la cannella, ma… se te ghe fioi meio de no: magari no che piase.”

Ned, impugnando una penna, indicò compuntamente a IBM di inserirsi nella conversazione.

“Dipende come che tei bitui” disse il registratore di cassa. “I mii magna tutto.”

Per dovere di completezza 103 aggiunse: “Ghe mancaria altro: i ciapa anche quatro sciare tacà!”

Prese un registro, quindi scrisse commentando ad alta voce: “Molto bene IBM, allora… grammatica gallo-cisalpina: otto, pronuncia sei e mezzo (è un ottimo voto per un non-madrelingua), mentre puericultura sette meno.”

La cassiera ebbe una attimo di esitazione, poi si decise e proseguì: “Permettimi una breve digressione su ciò che è ritenuto commestibile e ciò che non lo è nella cultura gallo-cisalpina.”

Come sempre la tradizione ci indica la via da seguire: “queo che non strangoa ingrasa” ovvero ciò che non è marcatamente velenoso o irrimediabilmente intaccato da decomposizione è commestibile. Il proverbio si può intendere anche in senso figurato:

Le avversità della vita che supererai senza esserne travolto ti renderanno più forte.

La concezione di decomposizione ha un’ampia tolleranza, a tal proposito la signora madre soleva raccontarmi un aneddoto svoltosi all’inizio degli anni Sessanta periodo in cui gli usi e costumi celtici vivevano intatti e puri come nell’antichità.

Sulla sommità dei colli che sovrastano Fimon si trova un paesino denominato Lapio dove abitavano gli zii della signora madre. Come è noto ai più, i Colli Berici sono caratterizzati da carsismo quindi i corsi d’acqua superficiali si trovano solo nel fondovalle.

Gli zii, secondo dettami millenari, avevano ovviato all’assenza d’acqua corrente con un pozzo di acqua piovana che usavano anche per gli usi domestici. Nell’acqua piovana stagnante, come è facilmente intuibile, albergava abitualmente qualche piccola (e presumibilmente innocua, visto che i miei antenati non si sono estinti) larva di insetto.

Un dì la signora madre ancora fanciulletta si recò in visita ai rispettabili zii e questi per ospitalità le porsero un bicchiere d’acqua.

La piccina lamentò che il contenuto non era esattamente cristallino e infatti commentò: “Ma ghe xe i bai!” (Ci sono delle larve nell’acqua).

I padroni di casa per tutta risposta le dissero: “Urtałi in là!” ovvero: allontanali, lasciali sul fondo e bevi!

NOTE per i non veneti

E pò te si in caso a fare “apertura”el dì dopo: potrebbe anche verificarsi il caso in cui inizi il turno mattutino alle sei e mezza o alle sette.

No xe mia Vangeło: non va preso alla lettera, qualcosa che è suscettibile di diverse interpretazioni (diversamente dal Vangelo che anche i celti accettano come testo sacro).

ma… se te ghe fioi meio de no, magari no ghe piase: gli infanti non gradiscono le spezie. Affermazione assolutamente falsa dettata dall’ansia morbosa di madri iper-protetive, le tarme detestano i chiodi di garofano e la cannella non i fanciulli.

Dipende come che tei bitui, i mii magna tuto: Quello che mangiano o non mangiano i nostri figli dipende dall’educazione che impartiamo loro e stai pur certo che io non sono un genitore smidollato come te.

Ghe mancaria altro: i ciapa anche quatro sciafe tacà!: la traduzione letterale non può nascondere una certa violenza ovvero la correzione dei figli “schizzinosi” a suon di ceffoni. Al di là del significato letterale la frase significa all’incirca questo: Dio non voglia che nella mia stirpe alberghi la piaga di figli esigenti e ricercati.