“Non chiamateli rottami: hanno occhi, labbra e sogni”. L’arte di Paolo Beraldo a Murano

Venezia – Ci sono persone, storie ed espressioni che vanno cercate. Venezia e le isole ne sono piene ma spesso, lottando fra incombenze, tempi stretti e commissioni, non è facile accorgersene. Il laboratorio dove Paolo Beraldo lavora ogni giorno è nascosto in una piccola corte di Murano, in Fondamenta Radi n° 14. Da fuori tutto si può pensare tranne che lì dentro nascano sculture, ritratti, dipinti e addirittura gioielli in vetro di Murano. Paolo Beraldo è un meccanico e da oltre dieci anni ripara i motori e gli scafi delle barche.

La sua officina è tappezzata di scaffali pieni di chiodi, martelli, barattoli e strumenti da lavoro che, per lo stupore di chi gli affida una barca da riparare, servono per creare opere come Polarizzazione n.2, la gigantesca scultura che troneggia al centro della stanza.

Storiedichi_Paolo_Beraldo_Murano_wm“Con la mole di scarti che maneggio ogni giorno, potrei aprire un’immensa galleria –ironizza Paolo Beraldo raccontandomi la sua storia – Ogni volta che si smantella o si ripara una barca, si producono chili e chili di materiali da smaltire e io ho pensato di riutilizzarli per la mia arte personale”.
“A ben guardare, ogni pezzo ha una sua forma, una sua vita e una sua espressione – aggiunge il meccanico-artista – Prima di buttare via ingranaggi e pezzi inutilizzabili penso a quale controparte umana possono avere”. “Sembra incredibile, ma non smetto mai di stupirmi”.

Polarizzazione n.2 (nella foto in alto e qui a fianco) rappresenta i profili di due facce che si guardano, una di fronte all’altra. I visi, da un lato, sono un patchwork di rottami ferrosi e splendidi frammenti di murrine colorate e, dall’altro, costituiscono una triste tavola piatta dove non esistono colori, ma solo ferro. Le facce ruotano su se stesse attorno a un “totem” al quale si ricongiungono formando, alternativamente, una scultura circolare piena di gradevoli colori o un ammasso di ferro deprimente e privo di vita.

È un’opera che rappresenta la mia idea della guerra come un demone maligno che cancella la bellezza, la felicità, il buon umore, lasciando il vuoto e annullando il calore dei sentimenti – spiega Paolo Beraldo – L’ho realizzata con scarti di lavorazioni meccaniche in parte pescati nelle acque della laguna, che purtroppo viene spesso usata come discarica, e pezzi di murrine recuperate dalle fornaci di Murano e destinate allo smaltimento”.

Gli occhi dei due profili sono due grandi contenitori di vetro e le pupille sono due fogli di carta ingialliti, pieni di appunti scritti a mano: “Cosa resta nella mente di una persona dopo una guerra? Restano i ricordi, i sentimenti, le memorie – dice Beraldo – Ho trovato questi due fogli di diario in laguna, credo appartenessero a una studentessa, la scrittura è sicuramente quella di una donna”.
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Nella sua bottega, Paolo Beraldo costruisce e custodisce piccoli universi di oggetti vissuti e di ricordi che possono rinascere. Il suo sogno è dedicarsi interamente all’arte, anche se di questi tempi non è facile. Oltre alle sculture, che nella maggior parte dei casi hanno sembianze umane e femminili – come l’opera Ruston, un enorme viso di donna costruito con ferri vecchi e arrugginiti – il meccanico-artista si dedica anche alla realizzazione di gioielli in vetro di Murano e ferro, vere e proprie collane che qualche sua “fan” ama chiamare “sculture da collo”.

Di recente, inoltre, il suo interesse per i materiali si è esteso al legno delle briccole. In questi giorni, nel suo laboratorio, Paolo Beraldo si cimenta nel nuovo progetto dell’ottico Maria Luisa De Bin che prevede la creazione di un occhiale con l’asta in legno di briccola scolpito a dolfin, come un ferro da gondola.