Un giro a Penang, l’isola che rivela il volto multiculturale della Malesia

Storiedichi_street_art_malesia_wm_01.jpgL’isola di Penang, in Malesia, è un esempio di multiculturalità, integrazione e convivenza tra gruppi molto diversi per origine geografica, identità religiosa, culturale e sociale.

Appena raggiungo l’isola e la sua città più importante, Georgetown, la prima cosa che mi colpisce è la commistione di odori, il mix etnico-religioso e la ricchezza di stili architettonici. Tutto questo varia da quartiere a quartiere: ognuno ha la sua lingua, i suoi colori e le sue abitudini, che sono il risultato di un antico processo storico e culturale.

Da punto di vista geografico, la Malesia è divisa in due dal mar Cinese Meridionale, e costituisce un esempio nell’area del Sud-est asiatico per il modo in cui la popolazione è riuscita ad armonizzare le differenze culturali e a stabilire la coesistenza di gruppi etnici diversi.

Georgetown è una cittadina sicura, economicamente forte, multiculturale e viva sotto diversi punti di vista. Si trova a ovest, al confine con la Thailandia, e da generazioni ospita non solo malesi, ma anche cinesi e indiani (le due comunità più forti), che convivono con altre etnie minori.

Le radici della cultura malese risalgono al XV secolo, quando il sultanato di Malacca si è convertito all’Islam. In epoca coloniale sono arrivati gli europei, attratti dalla posizione strategica del paese e dalle sue ricchezze naturali.
Storiedichi_street_art_malesia_wm_01.jpgPrima i portoghesi, poi gli olandesi e infine i britannici hanno reso Penang un punto di incontro tra Est e Ovest, favorendo i flussi migratori, non solo europei, ma soprattutto cinesi e indiani, mantenendo vive le proprie tradizioni culturali. La storia dell’isola di Penang, che per circa 500 anni si è intrecciata e fusa con il territorio, è stata rielaborata e riprodotta negli edifici pubblici e di culto, dando origine a veri e propri esempi di sincretismo culturale e religioso.
storiedichi_street_art_malesia_wm_02A Penang sono state gettate le basi per creare armonia fra religioni come Islam, Induismo, Buddhismo, Confucianesimo e Taoismo e altre religioni minoritarie, tra cui il Cristianesimo. Penang è stata riconosciuta come porto franco, trait d’union tra la Gran Bretagna, l’Europa e la Cina, il Medio Oriente, il sub continente indiano e l’arcipelago malese.
storiedichi_street_art_malesia_wm_02storiedichi_street_art_malesia_wm_02La sua storia ha generato ibridi come i Paranakan (mezzo sangue) o i Baba-Noya: i discendenti degli immigrati cinesi che, a partire dal XVI secolo, hanno cominciato a sposarsi con donne malesi o cinesi immigrate dal continente. Tutti si definiscono “cinesi nati nello stretto” o “cinesi dello stretto”, per differenziarsi dai conterranei arrivati successivamente.

La loro caratteristica è che hanno mantenuto la religione tradizionale dei loro avi, ma hanno scelto e adottato la lingua e i costumi malesi; con origini da ricchi mercanti, si sono insediati a Penang lasciando un segno nelle abitudini culinarie, nell’abbigliamento e nell’architettura cittadina.

I primi edifici che noto, sin dal primo giro in città, sono gli shop house, ormai simbolo della città, immediatamente riconoscibili: case eleganti e raffinate che ospitano negozi al pian terreno e abitazioni al primo piano.

Anche gli altri gruppi etnici hanno introdotto le proprie abitudini e cercato di riprodurre le proprie esperienze culturali nello spazio cittadino, senza però che nessun gruppo cercasse di predominare sull’altro. Al contrario, la tendenza è stata di ricercare l’adattamento al territorio e alla coesistenza pacifica con l’altro.

storiedichi_street_art_malesiaTutto ciò si rispecchia nella grande varietà di edifici religiosi, quartieri etnici e nella varietà di lingue che sento per strada, così come nella religione, nelle feste, nelle danze, nei costumi, nell’arte, nella musica, nel cibo.

Tutto è espressione di una moltitudine di abitudini, di esperienze e di storie collettive e personali che sono entrate a far parte di una vita quotidiana variegata e multiculturale, fatta di elementi culturali provenienti principalmente dall’arcipelago malese, dall’India e dalla Cina che, insieme a quelli importati dai coloni europei, hanno, nel tempo, creato una realtà unica in termini di architettura, cultura e urbanistica.

Ma ciò che non ci si aspetta in questa città, e che sorprende quindi il turista, è trovare la street art praticamente in ogni suo angolo. Per questa ragione, Georgetown è una città che sembra cambiare pelle continuamente. L’arte di strada le dà quell’impronta di vitalità che la fa uscire dal grigiore e dalla piattezza quotidiana che vivono spesso altre città.

Sono però pennellate di colore e immagini soggette a precarietà che il turista deve fissare bene nella mente e salvare con lo scatto fotografico prima che i forti monsoni, che si abbattono sulla zona regolarmente, li cancellino definitivamente.

Ogni anno Georgetown accoglie artisti da tutto il mondo e si consegna a loro, e così le antiche stradine vengono rivoluzionate dalle opere di Zacharevic, Volchkova, Vexta, Kenji Chai, Nafir e moltissimi altri maestri della street art.
storiedichi_street_art_malesiaImpossibile elencare tutti gli artisti e i murales che decorano la città, perché i disegni sulle pareti si deteriorano facilmente a causa del clima e devono essere continuamente rimpiazzati da nuove opere.
storiedichi_street_art_malesia_wm_03Tutto questo è Georgetown, una città del Sud-est dell’Asia unica nel suo genere, un museo a cielo aperto caratterizzato da mix di ogni genere che si rispecchiano anche nella musica, con band composte spesso da persone di etnie e religioni diverse, e nello street food contaminato dalla diversità e testimone delle tante culture passate e presenti.