Il progetto di Elisabetta Ponzone a Milano Opera: “l’impresa del domani deve essere sociale”

Milano – Ci sono i copri-bottiglia che trasformano il vetro in perfetti e coloratissimi vasi di fiori; ci sono le pochette di ispirazione orientale e quelle minimaliste; ci sono i grembiuli da giardino, con enormi tascone, comode per forbici e guanti; ci sono persino le borse da montare sulle biciclette. E poi le shopper bag da città, di tutte le dimensioni e fantasie, i porta occhiali, i cuscini, le trousse porta tutto. 
Il limite alla fantasia e alla creatività di Borseggi, brand di “cose belle fatte in carcere”, come recita la dicitura ufficiale, è dettato solo dalla dimensione non industriale del business. Per il resto, l’artigianalità, la professionalità, la qualità dei materiali e l’organizzazione rientrano perfettamente nei canoni del prodotto made in Italy.

Borseggi Milano Opera storiedichiBorseggi è un marchio indipendente nato nel 2012, all’interno di un progetto di integrazione sociale per la reintroduzione delle persone detenute portato avanti già dal 2004 dalla Cooperativa sociale “Opera in fiore”. Dà la possibilità ai carcerati dell’istituto di pena di Milano-Opera di imparare il mestiere di sarto ed è un’idea nata da Elisabetta Ponzone (nella foto a sinistra), milanese d’importazione con un passato da giornalista d’inchiesta, rimasto nelle righe del suo blog.

“Dietro la creazione del laboratorio di sartoria c’è l’intuizione e l’intenzione di valorizzare i talenti presenti in carcere – spiega Elisabetta assieme a Federica Dellacasa, sua socia e presidente della cooperativa -. Talenti che si esplicano non solo nella capacità del “fare” qualcosa, ma anche nella voglia di rimettersi in gioco, nel cercare una vita migliore per se stessi e per i loro figli. Borseggi crea posti di lavoro, ridà dignità alle persone, fa in modo che esse ritrovino un posto nella società, contribuendo così a combattere pregiudizio e recidiva”.
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E, in effetti, i carcerati sono regolarmente assunti dalla cooperativa sociale secondo le norme di legge. Percepiscono uno stipendio secondo il contratto delle cooperative sociali, da cui viene trattenuta una cifra come debito penale, cioè come risarcimento delle spese della detenzione. Il denaro possono usarlo come vogliono, possono spenderlo in carcere per acquistare cibo o vestiti, così come inviarlo alle famiglie attraverso un conto corrente dell’amministrazione penitenziaria intestato al carcerato. 

“I carcerati assunti sono giovani – continua Ponzone -, dai 25 ai 30 anni, con tanti anni di pena ancora da scontare, ma sono persone che con il lavoro hanno ritrovato una voglia di fare inaspettata, vera, che li aiuta ad andare avanti. A crescere. Capita che siano persone che non hanno mai lavorato e questo è il loro primo stipendio; alcuni sono stranieri, altri italianissimi e lavorare fa capire loro che bisogna migliorarsi, seguire corsi scolastici, e magari diplomarsi. Molti riescono a pagare la scuola ai figli, recuperando un rapporto con la famiglia”. 

Ed è proprio il concetto di lavoro – o meglio, un nuovo concetto di lavoro – ad essere centrale nel progetto. “La nostra impresa sociale è sostenibile, dove la parola sostenibile non si riferisce solamente ad un comportamento che rispetta l’ambiente, ma acquista un senso ben più ampio, legato al concetto di lavoro sociale a prescindere da tutto“. 

Borseggi Milano Opera storiedichiAlla base di Borseggi c’è, infatti, la convinzione di ripensare la concezione stessa del lavoro: “L’impresa del domani deve essere sociale – continua Ponzone –. Nessuna azienda, nessun circuito imprenditoriale, profit o non profit, può esistere oramai senza tener conto della correlazione tra persone, valori, società, ambiente. Noi tutti abbiamo una responsabilità sociale importante da difendere e da sostenere”.

 

I canali di vendita dei prodotti Borseggi sono per il momento il sito (www.borseggi.it) e i negozi – “abbiamo piccole collezioni in alcune boutique in Italia” -. L’obiettivo per i prossimi mesi è, però, più ambizioso: è quello di far conoscere il più possibile il progetto e cercare nuovi canali di vendita, tra cui un e-commerce. “Lavoriamo per numerose imprese, anche all’estero, soprattutto per la loro responsabilità sociale, così come per negozi di moda per i quali creiamo piccole collezioni. Insieme costruiamo progetti di economia circolare e di recycling riutilizzando materiali preziosi dei grandi editori del tessile e ridando vita a stoffe inutilizzate. Le persone detenute, attraverso questo lavoro, si rimettono in gioco ricostruendosi un futuro migliore”.

Piccole storie, iniziative concrete, che hanno riflessi ben più ampi delle stesse aspettative.

“Creare qualcosa con le proprie mani, qualcosa di tangibile, ti aiuta a capire che il lavoro ti fa crescere – conclude Elisabetta Ponzone –. L’importanza della manualità, dell’artigianalità, ti dà il tempo per riflettere e il tempo molte volte ti aiuta a migliorare”.