A Venezia ha ideato il suo marchio di borse e accessori, “Camoz”, per promuovere la sostenibilità nella nautica

Venezia – C’è chi va dove porta il vento. Chi, come Camilla, riesce a stare fermo solo perché alla passione per il viaggio, la sfida, e le mete lontane unisce quella più lenta e contemplativa del lavoro artigianale. Un lavoro che riesce meglio se lo si svolge da soli, in silenzio, magari con la musica di una radio in sottofondo e qualche chiacchiera sfuggente, ma piacevole, con qualcuno che capisce il valore della concentrazione.

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Storiedichi_Camoz_Venezia_wm_02Camilla Morelli vive a Venezia da diversi anni, ma arriva dalle montagne della Valtellina. È lì, in mezzo al verde e alla neve, che è cresciuta imparando, come tutti i suoi coetanei, ad andare sugli sci.

Eppure Camilla è diventata una velista, un’appassionata di barche, di mare e di avventura, di vento freddo e piogge da domare con la forza delle braccia, del corpo e della mente. Storiedichi_camoz_venezia_10

Non è una regatante accanita: il mare per lei non è competizione, ma un luogo in cui andare per stare in pace con se stessi.

Il colpo di fulmine

Quando, da ragazzina, è salita per la prima volta su una barca ha capito subito che prima o dopo avrebbe “tradito” la montagna per il mare. E ora, che trascorre le sue giornate fra forbici e macchine da cucire in un magazzino nel sestiere di San Polo, è bello ascoltare la sua storia. “Ho imparato ad andar per mare in Istria, frequentando corsi di vela e partecipando a qualche regata”. “Il mondo del mare mi è entrato dentro in tutto il suo essere”.

Navigare, per lei, che nel 2014 è partita per la traversata Canarie-Capoverde-Brasile, non è solo il modo migliore per cercare e trovare se stessi, ma significa anche conoscere, saper fare e migliorare la produzione di tutto quello che all’uomo serve per vivere il mare.

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Scarti come tesori

La sua storia lo spiega. Dopo una laurea in lingue e letterature straniere a Venezia, Camilla ha frequentato un corso per maestri d’ascia sull’isola della Certosa e ha trovato lavoro alla veleria “Baraonda” di Caorle, dove ha tagliato, cucito e confezionato vele per tre anni.

Da allora ha sempre guardato con ammirazione tutto quello che finisce nella spazzatura delle velerie, ovvero quantità inestimabili di ritagli di tessuto resistenti alle intemperie, colorati e fantasiosi.

Perfetti per diventare borse, zaini, cinture, portafogli, astucci, portachiavi, tovagliette per la colazione e cuscini. Come quelli che dalla mattina alla sera Camilla cuce e trasforma nel suo magazzino-laboratorio, che condivide con altri tre creativi come lei.

Lo fa dall’autunno alla primavera perché in estate il vento chiama altrove, verso le coste italiane ed europee che Camilla raggiunge per portare in giro i turisti sulle barche a vela. “Per ora è questo il mio stile di vita: in inverno lavoro con le mani per realizzare qualcosa di utile ed ecologico per gli appassionati di vela. In estate vado dove mi porta il lavoro a contatto con l’acqua e con il sole“.

A fine giornata, il pavimento di qualsiasi veleria è coperto di brandelli di tessuto: in dacron, kevlar, mylar, poliestere laminato, spectra, nylon. Materiali forti e resistenti, che, solo a guardarli, fanno venire voglia di mare. Durante la sua esperienza in veleria, Camilla ha imparato a selezionarli, raccoglierli e unirli a pezzi di vele già usate, dismesse e ancora piene di sale, provenienti da velerie di tutta Europa e destinate al macero.

Da un bel mucchio di materiale che altri butterebbero via senza pietà, saltano fuori tuttora gli accessori, ormai molti noti a Venezia, del marchio “Camoz“, diventati un must tra i velisti; vengono distribuiti nei negozi di nautica di tutta Italia e nelle librerie del settore.

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Ogni oggetto ha una storia

“Tutti gli accessori Camoz hanno una storia da raccontare: sia che provengano da vele da regata, da barche che navigano nel Mediterraneo, o da velerie che si affacciano sull’Atlantico. Hanno il sapore e l’esperienza di quei luoghi”, dice Camilla.

E anche della sua esperienza: quella di una ragazza di montagna che ha scelto di vivere di mare.

“L’idea del riciclo mi è venuta nel 2010 in Francia, a La Rochelle – racconta Camilla – Lavoravo lì, alla veleria Incidences, e durante l’inverno una forte tempesta ha rovinato e sommerso di acqua e fango una grande quantità di vele. Ho cominciato a vedere i cassonetti riempirsi di questi preziosi materiali, che si usano per le grandi regate oceaniche, e non ho resistito: li ho caricati in macchina e me li sono portati a casa. Li ho lavati, asciugati e ho iniziato a cucirli”.
Storiedichi_Camoz_Venezia_wm_04Buttare via pezzi di vele – i “muscoli” delle barche, come le chiamava José Saramago – vorrebbe dire ignorare quanta energia e quanta storia hanno ancora da donare, forti come sono. Camilla ci pensa ogni volta, mentre li assembla per farli rinascere: “Salire a bordo di una barca e andare lontano avvicina all’essenza più pura della libertà, mette in contatto l’uomo con l’ambiente, lo fa dialogare con il vento e con l’imprevedibilità della natura”, dice.

Ma gli sprechi, nell’industria nautica, sono all’ordine del giorno e più ci penso più cerco, nel mio piccolo, di trovare un modo per dare nuova vita a questi materiali, che possono avere un’altra, lunghissima vita. La nautica può diventare davvero un settore ecosostenibile, ma bisogna ingegnarsi di più. Io farò sempre del mio meglio.