La mostra permanente LuMe è un’operazione di memoria, per ricordare le storie di chi ha lavorato e vissuto in luogo ricco di fascino

Faro di BibioneBibione – “Io sono il guardiano del Faro marittimo di Punta Tagliamento. Vivo ai confini del mondo, isolato da tutti. Ho solo il mare, il faro e qualche vecchio libro. Leggo Epoca quando è ormai logora per essere passata in tante mani (me la prestano in un negozio dove ogni tanto vado a fare le provviste per la mia vita solitaria). Ma le ore sono lunghe, qui, e spesso mi trovo senza nulla da leggere. Vorrei perciò chiedere ai lettori di Epoca di mandarmi qualche cosa: vecchi libri, vecchie riviste, eccetera”. Queste parole appaiono l’11 febbraio del 1962 sul numero 593 del settimanale “Epoca”.

A inviarle è Raffaele Mascherin, che in calce si firma: “guardiano del Faro Marittimo di Punta Tagliamento, Bibione (Venezia)”. Oggi, possono essere ritrovate in un pannello esposto all’interno del faro stesso, nell’ambito di LuMe – Storie di luce e memorie, la prima mostra permanente dedicata al faro di Punta Tagliamento a Bibione: un racconto corale delle vicende umane, storiche e architettoniche che hanno attraversato la torre luminosa dal 1913, anno della sua edificazione ad opera della Marina Militare – “per congiungere il settore luminoso del faro di Piave Vecchia, alla foce del Sile, con quello di Punta Salvore in Croazia” –, fino alla sua completa automazione nel 1973 e all’abbandono della casa negli anni Ottanta, quando la presenza fissa di un guardiano non era più necessaria.
Faro di Bibione

LuMe, la mostra corale che racconta come si viveva al faro di Bibione

“Da allora, queste stanze custodiscono le memorie dei guardiani e delle loro famiglie, in silenzio”. È così che LuMe è oggi chiamato a dare voce – più voci – a quel silenzio, e a illuminare queste storie con un fascio luminoso di almeno 15 miglia nautiche, come quello emesso dal faro fino alla fine della sua attività.

Massimiliano Galasso e Sara D’Annunzio

A raccontarlo sono Sara D’Annunzio, ideatrice del progetto LuMe insieme ad Annalia Boldrin, e lo storico e ricercatore Massimiliano Galasso. “Il progetto nasce nel 2019”, ripercorre Sara D’Annunzio. “Avendo lavorato come guida qui al faro, Annalia si era trovata spesso a ricevere molte domande sulla sua storia, su cui però fino a quel momento si trovavano pochissime informazioni. Così, mi ha coinvolta con l’idea di provare a raccontare il passato di questo luogo e di conservarne la memoria”. “Da subito – prosegue – abbiamo coinvolto Massimiliano Galasso, ricercatore di storia locale contemporanea e di storia militare del ‘900, l’unico che fino a quel momento avesse cercato e archiviato materiale e documentazione sulla storia del faro”.

Un lungo e meticoloso lavoro di ricerca

Il gruppo avvia così un ampio lavoro di ricerca: “Siamo partiti dagli archivi locali e della Marina Militare, dove abbiamo trovato documenti e disegni importanti per ricostruire la storia del faro di Bibione. Accanto a questo, però, abbiamo iniziato anche a raccogliere le testimonianze di coloro che avevano vissuto o lavorato qui, legando al faro un passaggio più o meno lungo della propria vita.”

Il guardiano Luigi Paro con la sua famiglia, anni ‘40, Archivio LuMe

Hanno presentato il primo nucleo dell’attuale esposizione durante una mostra temporanea nel 2021. Questo ha innescato un effetto a catena: molti li hanno contattati per condividere con loro la propria storia e quella della loro famiglia, mettendoli via via in contatto con altre voci. Oggi le testimonianze raccolte sono circa una ventina: le età dei testimoni vanno dai cinquant’anni del nipote del farista Rapposelli. agli oltre novanta della maestra Maria Geo, che abitava nella casa presso l’idrovora, il primo edificio raggiungibile all’epoca dal faro, dove i faristi andavano a ballare portandosi dietro il grammofono.

Grazie al videomaker e fotografo Federico Pili, abbiamo potuto fissare queste testimonianze in video-interviste, proiettate all’interno della mostra”, aggiungono i promotori. La mostra si articola, così, attorno a un’idea precisa: “Anche per via delle influenze di cinema e letteratura, noi percepiamo il faro come una grande casa vuota abitata da un uomo solitario, quando in realtà esso pullulava di vita: c’erano un orto, la vigna, il giardino”.

Faro di Bibione

Alfonso Controne durante il servizio di leva alla Stazione Meteomar di Punta Tagliamento, 1971, Archivio LuMe

I guardiani erano accompagnati dalla propria famiglia. “Qui abitavano persone arrivate da tutta Italia: Veneto, ma anche Campania, Sardegna, Liguria”, continuano. “L’idea del faro come luogo di incontro e aggregazione è stata per noi nuova: nel percorso espositivo, abbiamo voluto restituire al visitatore la vitalità di quei tempi e dei fatti che li hanno attraversati. Non abbiamo voluto farci carico solo della storia del faro come manufatto, ma anche delle tante storie che lo hanno abitato e reso vivo”.

La mostra si sviluppa in cinque sale

La visita – aperta nel piazzale del faro da alcuni pannelli che ripercorrono l’evoluzione architettonica del faro dalla sua fondazione agli anni ’80, in parallelo agli sviluppi della località di Bibione – si sviluppa in cinque sale.

Dai primi lampi all’eclissi di luce, si attraversa la storia del faro attraverso ricostruzioni grafiche degli ambienti, foto d’epoca, materiali d’archivio e molti momenti di quotidianità condivisi dai faristi, “premurosi custodi delle torri di luce”, e dalle loro famiglie – memorie in cui le evocazioni di ciò che è stato diventano non solo volti, ma volti che ci guardano come un’apparizione.

Giovanni Ballarin, di Pellestrina, è stato il primo abitante del faro di Bibione

L’elegante scala liberty che conduce alla lanterna, 2020, Archivio LuMe

Il primo ad abitare questo luogo, dal 1913 al 1920, fu Giovanni Ballarin, arrivato qui dall’isola veneziana di Pellestrina. Dal 1998 ad oggi, il reggente è l’operatore nautico Domenico Di Nardo. Tra i due, una lista appesa alla parete raccoglie molti dei nomi di coloro che si sono avvicendati nel compito di “mantenere in efficienza il sistema ottico-lenticolare della lanterna”, accanto alla manutenzione ordinaria del faro e a piccole riparazioni.

Si trovano poi le testimonianze di parenti e discendenti che raccontano momenti speciali: dai fuochi d’artificio ammirati dalla cima della torre ricordati da Silvia Rapposelli, nipote del farista Camillo Rapposelli, alla vita “sempre sotto questa lanterna” di Ida Cuomo – nipote e figlia di faristi e in seguito a sua volta moglie del farista Livio Casasola. In un video proiettato in un’altra sala, Gaspare Mascherin, figlio del fanalista Raffaele Mascherin, ricorda il cronometro in mano al padre, che ogni sera misurava il funzionamento della luce. Dove si trova, oggi, quel cronometro e che cosa ha rilevato, quando non c’è stato più bisogno di misurare la perfezione del lampo luminoso?

Il faro com’era: una casa con tutto il necessario per vivere

Sara D’Annunzio, di formazione architetto, accompagna la visita a osservazioni sul restauro degli ambienti in cui ci troviamo. Mentre parla, le sale sembrano riempirsi nuovamente di mobili e pare di sentire il borbottio di una pentola sul fuoco, il rumore di una barca di rientro da una battuta di pesca.

“Negli anni ’30 e fino all’inizio dei ’50 circa, qui abitavano due famiglie: quella di Luigi Paro, di Cesarolo, e quella del fanalista Arnaldo Gusso di Caorle. Qui si trovava una prima sala da pranzo, lì una cucina. Ora siamo all’interno di una camera, un’altra presente all’epoca è stata demolita”, racconta ai visitatori. “Qui abbiamo voluto proporre le ricostruzioni di come poteva essere al proprio interno questo spazio in quegli anni: in questo caso, lo abbiamo potuto ricreare soprattutto attraverso i ricordi e i racconti del nipote di uno dei guardiani”.
Nelle foto di famiglia, prosegue Massimiliano Galasso, si rivivono le storie dei faristi, ma anche le evoluzioni del faro e della stessa Bibione: “In questo scatto possiamo vedere un pergolato d’uva oggi non più presente e un pozzo necessario, in quanto qui non c’era l’acqua potabile. Questi elementi non sono più esistenti, così come l’altana da osservazione. Va ricordato anche che, in quegli anni, l’area era molto diversa da come si presenta oggi: si trattava di un ambiente inospitale e isolato, con pochissime case e circondato da paludi”.

I segni delle due guerre mondiali e il ritorno del soldato Erwin Engster

Nel giugno 1915 il faro viene bombardato dalle navi austroungariche: grazie alla famiglia Bivi, è presente in mostra l’unico scatto ad oggi esistente di quel drammatico episodio. Diverse sono anche le memorie legate alla Seconda Guerra mondiale.
Per presentarci una delle testimonianze, Massimiliano Galasso ci riporta indietro nel tempo: “Nel maggio del 2015, un anziano signore venuto in vacanza a Bibione per la prima volta chiese all’hotel dove soggiornava se fossero reperibili libri su quanto accaduto in quei luoghi nel maggio del 1945. Lo misero in contatto con la biblioteca comunale e con me. Si scoprì che era Erwin Engster: sbarcato con la Wehrmacht sul litorale davanti al faro il 2 maggio 1945, nel giorno del suo diciassettesimo compleanno, era tornato a Bibione settant’anni dopo, sulle tracce di quegli eventi”.
Uno sbarco avvenuto di notte, con la barca arenata su una duna sommersa, durante il quale molti soldati annegarono a causa del peso dell’equipaggiamento. In una fotografia dell’incontro con Massimiliano Galasso, Engster indossa una camicia azzurra e un gilet. “A Bibione – raccontano le sue parole esposte in mostra – sono nato una seconda volta, quando ho capito che la frase ‘la guerra è finita’ significava che nessuno avrebbe più tentato di ucciderci e che sarei tornato a casa sano e salvo”.
Al termine del secondo conflitto mondiale, il faro è stato requisito dalla Desert Air Force, l’unità aeronautica della Royal Air Force inglese, ed è diventato dimora temporanea per alcune famiglie sfollate.

La soddisfazione di poter raccontare e far conoscere la propria storia

La piccola Enrica, nipote del guardiano Arnaldo Gusso, anni ‘40, Archivio LuMe

“L’aspetto più commovente in ogni intervista – prosegue Sara D’Annunzio – è che sono stati gli intervistati a ringraziarci per averli coinvolti: sono stati felici di poter raccontare la propria storia e di poter ricontattare, in alcuni casi anche dopo cinquant’anni, alcune delle persone con cui avevano condiviso la propria vita qui al faro”. Dopo il primo dopoguerra, smantellato il semaforo installato nel vicino comune di Lignano, a Punta Tagliamento viene collocata una stazione di segnalazione e vedetta, in seguito integrata con funzione di stazione meteorologica fino a diventare la stazione Meteomar Punta Tagliamento. In una testimonianza riportata in mostra, il marinaio Alfonso Controne, in servizio di leva al faro negli anni ‘70 e incaricato delle rilevazioni quotidiane, ricorda la scoperta di un mattino d’inverno: “Era tutto bianco. Io venivo dal Sud, non ero abituato. È stata la prima volta che ho visto la neve”.

Sara e Massimiliano a contatto con la profondità di una vita passata

Chiedo a Sara D’Annunzio e a Massimiliano Galasso a quale tra le diverse testimonianze siano più legati: “Io sicuramente a quella di Stefano Rapposelli, nipote del guardiano Camillo Rapposelli – risponde Sara– È stato uno dei primi con cui ci siamo relazionati e quello che più ci ha catapultati nei suoi ricordi d’infanzia al faro, dove veniva in estate a trovare i nonni”. “Anche se abitava a Bibione, venire qui era vissuto come essere in un altro luogo. Nei suoi ricordi si sentivano l’odore della stufa e la bellezza delle vacanze in famiglia, ma anche i Natali trascorsi qui, le ricette che preparavano, il vento forte dell’inverno che muoveva gli scuri e la sensazione di essere in un nido sicuro: ricordi che si svincolavano dalla funzione militare del faro e diventavano memorie domestiche e familiari, in cui ci portava come se ci stesse descrivendo cose che erano ancora qui”.

La testimonianza scelta da Massimiliano è invece uno scatto fotografico del 1971, che raffigura i marinai Antonio, Fabio, Alfonso e Emanuele: “Ci vedo quello che era il faro: un’installazione gestita dalla Marina Militare con funzione di controllo, ma anche un luogo in cui arrivavano giovani ragazzi provenienti da tutta Italia, nei propri vent’anni. Con la cintura e i pantaloni di servizio”, prosegue, indicandoli nello scatto. “Erano giovani, ma pur sempre giovani entusiasti e desiderosi di vivere. Come il faro, che deve essere mantenuto sempre giovane e che unisce storie familiari, militari e di innovazione”.

E Sara aggiunge: “Bibione è una località che si è sviluppata recentemente: raccontare la storia del faro aiuta a dare più valore a questo luogo e ad avere più rispetto e senso di riconoscenza verso l’unicità delle storie di chi lo ha abitato”.

Passa sotto casa nostra qualche volta…

A me, invece, hanno colpito forse soprattutto alcune domande, stampate su un pannello affisso prima dell’ultima sala e riproposte in diversi punti della mostra:
Hai del materiale che pensi possa essere utile? Sai dove reperire altra documentazione?”.

Mi è sembrato che in queste richieste così semplici e insieme così grandi risiedesse qualcosa di fondamentale, un punto profondissimo di quello che siamo, il nostro più grande slancio segreto. Uscita dalla mostra, mentre percorrevo in bicicletta Via del Faro attraverso la pineta, ho ripensato ad alcuni versi del poeta Mario Luzi:

Passa sotto la nostra casa qualche volta/volgi un pensiero al tempo ch’ eravamo ancora tutti […]”.