Tanti anni di lavoro, ricerca e passione per realizzare kit di modellismo fedeli alle imbarcazioni originali

Venezia – Dietro la vetrina al civico 2681 di Calle Seconda dei Saoneri, nel centro storico di Venezia, una flotta di imbarcazioni sembra attendere l’arrivo del vento. È qui, tra modelli di gondole e vaporetti, che incontro Gilberto Penzo: artigiano di quarta generazione, dal 1979 si occupa di imbarcazioni tradizionali.
Gilberto Pezzo - Bottega dall_esterno
Un lavoro da vero e proprio filologo nautico, studioso, e custode della storia della marineria soprattutto veneziana, che Penzo esprime nella
sapiente riproduzione in scala delle imbarcazioni lagunari e dell’Adriatico.

“Non sono modellini, ma modelli, cioè prototipi realizzati con i materiali originali. Riproducono l’imbarcazione in scala in ogni dettaglio, dalle meccaniche interne ad ancora, vele e segnavento. Tutto proporzionato e perfettamente manovrabile.
Ne ho progettati più di cento: sono veri e propri strumenti di progettazione e verifica, come quelli realizzati in passato negli squeri e all’Arsenale”.

Una passione coltivata in famiglia

Quello della nautica è un campo in cui Penzo, nato a Chioggia, entra già durante la giovinezza e che lo riguarda in realtà da sempre: “I miei nonni avevano un cantiere navale a Chioggia, il Bullo “Niere”. Costruivano qualsiasi tipo di imbarcazione: trabaccoli, bragossi, sandoli, fino a motovelieri e barche da canottaggio”, racconta. “Ho imparato lì, rubando co l’ocio, osservando gli artigiani. All’inizio conosci dieci tipi di imbarcazioni veneziane: man mano che approfondisci diventano cinquanta, poi cento, poi non finisci più, perché inizi a scoprire tutte le diverse varianti. Come in terraferma esistono tir, macchine, motorini e biciclette, anche la flotta veneziana include un equivalente numero di mezzi, ognuno con caratteristiche peculiari”.

Lo studio e la catalogazione condotti da Penzo arrivano fino alle imbarcazioni in uso oggi, studiate quali adattamenti ed evoluzioni dei manufatti del passato. Mentre parla seduto al tavolo della sua piccola bottega, l’artigiano è avvolto da gondole, taxi d’acqua, vaporetti – modelli che è possibile realizzare a partire dai suoi kit. Oggi, racconta, ad acquistarli sono “sia veneziani appassionati che turisti avveduti, che tornano a trovarmi di anno in anno”.

Gilberto Penzo - Foto d_epoca nel laboratorioSono le piccole storie a creare la grande Storia

Numerosi modelli si trovano anche nelle case di collezionisti privati o in istituzioni pubbliche, dal Museo Storico Navale di Venezia alla Venaria Reale di Torino, fino ai numerosi musei all’estero che, nel corso dei decenni, hanno richiesto i servizi e le conoscenze dell’artigiano. 

Quella del modellismo è un’attività che Penzo – attivo anche nel campo del restauro e della ricostruzione – inizia come autodidatta: “Trovavo esistessero pochi modelli, limitati alle imbarcazioni più famose e poco precisi nel rispettare le loro reali proporzioni. Scelsi sin da subito di specializzarmi nelle imbarcazioni veneziane. È una cosa che dico sempre: ognuno deve salvare il microcosmo che ha attorno a sé. Abiti sul Brenta e vedi intorno a te barche meno celebri della gondola? Non importa, crea il modello di quelle. Sono tutte queste micro-storie a creare la grande storia”.

Il lungo lavoro di ricerca per arrivare al “modello”

La frase risuona nel silenzio della bottega. “Come diceva Borges – riprende – il modello ideale sarebbe la mappa del mondo in scala 1:1, però non è possibile. Il mio obiettivo era quello di creare un modello che fosse esattamente come la barca a grandezza naturale. E questo è possibile solo attraverso un lavoro di ricerca”.

Penzo con una delle sue creazioniPenzo in laboratorio
Sin dall’inizio, l’artigiano si confronta, infatti, con l’assenza quasi totale di istruzioni scritte: “Non esisteva una bottega dove trovare i piani da costruzione delle barche. Io ho sempre lavorato con le mani e tendo a dividere le persone che sanno da quelle che sanno fare. Il mio bisnonno costruiva barche, lo stesso faceva mio nonno, ma nessuno di loro ha lasciato qualcosa di scritto. Così, ho iniziato un lavoro di ricerca di immagini, testimonianze, modelli”. Un lavoro da archeologo del mare, che punta a creare un ponte tra conoscenza e attività pratica e a sistematizzare, anche attraverso numerose pubblicazioni e un sito in continuo aggiornamento, un sapere storico e tecnico che altrimenti rischierebbe di andare perduto.

Il fondamentale confronto con gli artigiani locali

Gilberto Penzo si confronta con diverse fonti per approfondire e ricostruire la storia delle imbarcazioni tradizionali, a partire da chi ha dedicato loro ogni giorno della propria vita: costruttori, pescatori, barcari e attrezzatori, che l’artigiano intervista a decine sul campo e di cui ha registrato le parole e salvato i quaderni di appunti tra Venezia e le isole, Chioggia, Pellestrina e Portosecco, riconoscendo in loro “gli unici che possano trasmetterci l’infinita mole di dettagli e sfumature contenuti nei loro gesti sapienti e sperimentati”. Una collezione di esperienze e tecniche – raccolta nella piena consapevolezza che essa possa includere anche informazioni errate date “sia in buona fede, sia per coprire i giustificati segreti tipici di ogni mestiere o anche aspetti illegali”. È con la stessa capacità di interrogare e soppesare ogni dettaglio che Penzo si rapporta a relitti e manufatti, analizzati sapendo che “un segno d’usura, la posizione di un ombrinale, la traccia di un attrezzo possono essere rivelatori di un uso, di una tecnica o di una sequenza costruttiva”.


Lo studio dei documenti storici e delle misure

Gilberto Penzo - nel laboratorio

Un’ulteriore fonte sono poi manoscritti, inventari e documenti storici. L’artigiano si mette sulle loro tracce negli archivi: “Mi è piaciuto moltissimo ritrovare, in documenti risalenti anche a seicento anni fa, autori che scrivevano esattamente come parlerebbe uno squerariolo veneziano: Nave da trenta pie in colomba, larga in bocca, alta in pontal”,  evoca l’artigiano, citando a memoria alcuni passaggi incontrati durante la lettura. “Il mondo artigiano prova in continuazione a innovarsi e cambiare, finché giunge al risultato che reputa migliore. Va tenuto ben presente che in questi documenti sono spesso riportate le misure dell’imbarcazione, ma si dà per scontato che chi legge sappia già come costruirla”, aggiunge Gilberto Penzo. “A volte, ho passato la notte a chiedermi cosa volesse dire ciò che avevo letto, alto intriganto, tre pie e meso e do onse e un quarto”.

Penzo allunga la mano verso un righello di legno: “Alla fine, ho dovuto costruire il mio passo veneziano con tutte le misure, perché nei manoscritti erano tutte in once, piedi, dita sottili e dita grosse”. Per la raccolta documentale, nonché per lo sviluppo dei suoi kit, l’artigiano si è inoltre avvalso di un’accurata attività di misurazione delle barche vere: “Mi è servita per creare i piani di costruzione. All’inizio usavo filo a piombo, metro e matita. Oggi utilizziamo teste laser, fotogrammetria e software specifici”.


La barca è come il corpo umano 

È così che i kit di Gilberto Penzo diventano oggi strumenti in scala per conoscere il passato: “Si parte sempre da un piano di costruzione, da cui si ritagliano tutti i pezzi. Poi si prosegue come si farebbe per una barca vera, creando un piccolo cantiere. La barca è come il corpo umano: è formata da costolature interne, dette ordinate, simili alle nostre costole,” spiega. “Per costruire modelli che siano esattamente come la barca vera, la scelta del legname è fondamentale. Altrimenti si corre il rischio di creare modelli un po’ stucchevoli, esteticamente perfetti, ma che tradiscono la loro storia: quando io andavo a bordo dei bragozzi, in certe parti trovavo ancora la corteccia”.

La preferenza dell’artigiano va soprattutto alle barche da lavoro più umili: “Trovo siano le più vere. E poi la gondola: l’ho snobbata per molto tempo, perché ero un po’ esasperato dal suo cliché di Casanova, mandolini e ‘O sole mio’. Poi, ho scoperto che è un esempio incredibile di architettura navale: il gondoliere manda avanti con una mano una barca lunga 11 metri, creata con otto legni diversi e progettata solo grazie al sesto. Nessun disegno, nessuna misura, niente. Solo quel pezzo di legno e disegni tutta la barca”.Gondola nel laboratorio di Gilberto Penzo

La storia di Gilberto Penzo inizia in una casa-bottega

Decidiamo di spostarci nel laboratorio, a pochi metri dal negozio. Quando giriamo in Calle della Malvasia, Gilberto Penzo mi indica il portone socchiuso di un palazzo, sormontato dall’indicazione di un albergo: “Il mio primo negozio era qui. Era talmente piccolo che, quando compravo le tavole di legno da 4 metri, dovevo segarle, perché non ci stavano dentro. A quei tempi non avevo una casa, dormivo dentro al laboratorio. Ho iniziato con uno scalpello e un martello – ricorda, mentre estrae un mazzo di chiavi e apre un portone sull’altro lato della calle – poi mi sono spostato qui”.

Entriamo nel laboratorio: circondati da pochi mobili spartani e da un tavolo da lavoro, diversi modelli di imbarcazione sotto teca si rivelano nella semioscurità. “Sono tutti qualità da museo. Questo è un trabaccolo, che è una barca da carico. Lì c’è un bragozzo, barca da pesca come quelle che costruivano i miei nonni. Qui una nave del 1500. In ognuna, si vedono venti mestieri in uno: costruttore sì, ma anche sarto, fabbro, intagliatore…”. L’artigiano estrae uno strumento di legno: “Questo è il sesto per costruire la gondola, firmato dall’ultimo maestro d’ascia tradizionale, Nedis Tramontin. Io ho avuto tanti maestri: uno per le barche da pesca, uno per quelle da carico, uno per i chiodi e così via”.
Nel laboratorio di Gilberto Penzo

La bellezza della “barca dei morti”

Mentre si muove tra le sue creazioni, Gilberto Penzo le chiama velocemente a una a una – burcio, topo, bragagna, vipera, sanpierota, vaporetto a vapore, motonave, ferry boat, taxi d’acqua, la storia nautica di Venezia inizia a fluire nelle sue parole, ad attraversare i secoli. A un tratto, mi indica un’imbarcazione nera :“Questa è la barca dei morti. Non va molto, ma io la trovo molto bella: tutta la vita dei veneziani avviene in barca e così anche il loro ultimo viaggio”.

Mentre lasciamo il laboratorio, chiedo all’artigiano cosa sarà di ciò che ha costruito e chi proseguirà la custodia di questa eredità: “Credo nessuno. Il mio sogno sarebbe stato quello di creare un museo di archeologia navale a Venezia, ma mi sono sempre scontrato con una grande indifferenza istituzionale. Mi sembra che il mondo stia andando in una direzione completamente diversa da quella che ho portato avanti in tutti questi anni”. Raggiungiamo nuovamente la bottega, Penzo rimuove il cartello di legno con la dicitura “Sono in laboratorio” che aveva appeso alla porta. “Sono preoccupato, se penso a quando non potrò più venire qui. Per l’artigiano, il lavoro coincide con la vita: la bottega non è la mia seconda casa, è la prima. Comunque, mi sono costruito un laboratorio sotto casa, per non perdere l’abitudine”. 


Gilberto Penzo nella sua bottega