Tra quadri pregiati e opere religiose, la magica storia di un organo antico suonato anche da Vivaldi e conservato nella chiesa di Ognissanti a Venezia
Venezia – “I sogni son desideri … tu sogna e spera fermamente…e il sogno diverrà realtà…”: così cantava Cenerentola sognando una vita migliore.
Non so se fra Tarcisio Carolo, custode della chiesa di Ognissanti al Sestiere Dorsoduro di Venezia, mi concede il paragone, ma anche lui è un po’ come Cenerentola e il suo antico organo è la zucca della fiaba che un tocco di bacchetta magica, o meglio un piccolo miracolo, trasformerebbe nella meraviglia che è stata.
Il vero miracolo, però, è Tarcisio, l’unico residente della struttura che, a 90 anni, porta avanti la chiesa, le funzioni, la battaglia per il restauro dell’organo e tutto ciò che serve per spalancare a tutti, tutti i giorni, le porte che affacciano sul canale.
“Sono 30 anni – dice – che vedo passare il dolore delle persone malate. La gente passa per pregare o per essere confortata. Anche in questo periodo così difficile di chiusura pandemica.”
Proprio di fronte alla chiesa c’è l’ospedale Giustinian, oggi un poliambulatorio. Questa chiesa, edificata nel 1471, fa parte, infatti, di un complesso monastico che, soppresso dagli editti Napoleonici, nel 1810 riacquistò la sua funzione e nel tempo anche la sua magnificenza, oltre a mantenere, fino a oggi, la funzione di sostegno religioso ai malati dell’ospedale, ai vecchi dell’ospizio e ai veneziani dell’antico sestiere.
La chiesa conserva al suo interno pregevoli opere, come quelle del Litterini: la “Cena del signore” e la “Gloria del Paradiso”, nella volta, dove uomini e animali, insieme, sereni, contemplano il Creatore. E poi le preziose opere del Veronese: la tavola con tutti i Santi, definita il ritratto del Paradiso; il Cristo risorgente sulla portella del tabernacolo e, fino al trasferimento a Brera per il restauro, le pale dell’antico organo, sulle quali il Veronese dipinse all’esterno i re Magi che arrivano in visita a Gesù e, all’interno, i quattro dottori della chiesa circondati da un tripudio di angeli che sembrano costituire una piccola orchestra sacra.
Fra Tarcisio, quasi volando, si arrampica su una scala ripida, arrivando nel buio del barco, dove, un tempo vi erano l’organo e le monache.
Qui, tra paramenti e antiche croci processuali, conquistata un po’ di luce, appaiono altre meraviglie: una tela immensa del Veronese e, appoggiato alla parete, quell’organo un po’ acciaccato. Assomiglia a un nobile decaduto che, vestito ancora con abiti costosi ma ormai logori, pur in disgrazia, partecipa alla festa sontuosa di questo luogo, insieme ai mostri sacri del pennello, quasi però vergognandosene e cosciente del fatto che presto dovrà dire addio a tutto. Come una triste Cenerentola guarda lo sfarzo degli altri, sapendo che gli basterebbe un piccolo restauro, un colpo di bacchetta magica come nelle fiabe. E fra Tarcisio potrebbe essere quella fatina.
Da anni, infatti, il frate lotta per recuperare questo organo antico, privato delle sue preziosissime pale, finite a Brera per il restauro e lì rimaste. E poi maltrattato dai lavori di restauro della chiesa, che ne hanno ammaccato anche le canne. Se ne sta lì, appoggiato alla parete, un po’ sbilenco.
“Ma resiste, come me!”, dice fra Tarcisio, guardandolo. E, infaticabile, racconta la storia dello strumento.
É un organo rinascimentale che, dopo il restauro nel 1800, diventò un organo Callido op 401, prendendo il nome dal suo restauratore, Gaetano Callido, “organaro” vissuto tra il 18° e 19° secolo, costruendo ben 430 organi in tutta Italia e arrivando fino a Costantinopoli. La caratteristica dei suoi strumenti era il suono cristallino e delicato.
Fra Tarcisio continua a intesserne le lodi e insiste sulla preziosità delle sue pale, dipinte dal Veronese e ora a Brera. “Il mio sogno, continua, sarebbe vedere le sue canne raddrizzarsi, riavere il suo preziosissimo vestito dipinto con re e angeli e poi sentirlo ‘cantare’ ancora,” confessa.
Fra Tarcisio ci svela, infine, che si tramanda la storia di Vivaldi che, di nascosto, nel periodo di interdizione dall’attività sacerdotale e dalla frequentazione di luoghi sacri, s’intrufolava nella chiesa di Ognissanti per suonare quell’organo.
Finito il racconto, fra Tarcisio Carolo, piccolo ma immenso, come solo certi vecchi saggi sanno essere, si siede allo sgabello, alza il copritastiera e inizia a suonare su quei tasti apparentemente afoni.
Una musica meravigliosa comincia a vibrare nell’aria e sembra di vederlo circondato dal corteo dei re Magi e da mille di quegli angeli che, con trombe e viole, lo accompagnano in un concerto celestiale. Frate dei frati minori, col coraggio dei vecchi che ancora hanno l’animo dei giovani, ha fatto il miracolo. Il povero vecchio Callido è tornato a vivere grazie alla sua gioia, per un attimo.
Speriamo che il resto lo faccia chi dovrebbe conservare al meglio le meraviglie di questo nostro Paese.





