Storia, legno e segreti della forcola da gondola

Venezia – Ogni volta che la sagoma affilata di una gondola scivola lungo un canale veneziano, lo sguardo di Paolo Brandolisio cade su due elementi precisi dell’imbarcazione, e in essi ritrova qualcosa di sé. Dal 1983, il suo mestiere è infatti quello del remèr: l’artigiano veneziano che produce le forcole, cioè gli scalmi su cui viene appoggiato il remo durante la conduzione dell’imbarcazione, e i remi. Due elementi fondamentali per la navigazione, che Brandolisio costruisce e restaura ogni giorno nella sua bottega nel sestiere di Castello, a Venezia. La sua attività è riconoscibile per una forcola appesa all’angolo che, dalla calle di Ponte dei Carmini, immette nel suo laboratorio.
Ci incontriamo qui, in un ambiente raccolto, dal soffitto altissimo. Tra strumenti da lavoro e trucioli, decine di remi attendono di essere rimessi a nuovo, accanto alle sagome sinuose di alcune forcole non ancora concluse. Sarà la lavorazione paziente di Brandolisio a ultimarle, proseguendo così una tradizione costruttiva unica a Venezia, la cui esistenza è attestata già prima del 1307, anno dell’approvazione dello statuto della corporazione dei remèri.

Il battesimo artigiano: “Vedemo cossa che ti xe bon da far”

Tra gli oggetti appesi alle pareti o accumulati sui tavoli da lavoro, spicca una fotografia d’epoca in bianco e nero: ritrae il luogo in cui ci troviamo, non molto diverso rispetto a oggi. Al suo interno, si notano due figure: “Credo avessi 18 anni – sorride Brandolisio – Quello accanto a me è Giuseppe Carli, il mio maestro”.

Sotto la guida di Carli, Brandolisio inizia la professione del remèr: “Lavorare il legno mi piaceva fin da piccolo. Mio zio aveva una barca: provai a costruire una forcola per lui e mi presentai qui con quella”.
Nel silenzio del laboratorio e nel profumo leggero del legno sembra di poter riavvolgere il tempo e ritornare a quel giorno. L’allora sedicenne Brandolisio allungò la propria prima forcola al Maestro Remèr e la sottopose al suo giudizio: “Iniziò a esaminarla, mi disse che si vedeva che l’avevo copiata da un suo modello. Mi commentò ciò che avevo fatto bene e ciò che andava migliorato. Infine mi disse solo: ‘Dai, fanne un’altra: Vedemo cossa che ti xe bon da far”.
Quel giorno, Brandolisio lascerà la bottega con una miniatura di forcola già sagomata e le istruzioni del suo futuro maestro. “Il nostro rapporto iniziò così, sgrezzavo a casa i modelli che lui poi rifiniva. Nella primavera del 1983, gli chiesi di poter venire a dargli una mano in bottega”.

La loro collaborazione dura fino al 1987. “In seguito ad alcune complicazioni di salute, Carli mi propose di rilevare la sua attività. Avevo meno di vent’anni, non ero sicuro di esserne in grado. Fu lui a dirmi di sì, a offrirsi di condividere con me le sue conoscenze. ‘E poi’, mi disse, ‘ti te fa da solo’. Era anche un’epoca diversa da oggi, di grande entusiasmo e altrettanta ingenuità”.

La forcola si fa su misura: l’importanza del legno come materia prima

Quello del remèr è un lavoro solitario, che si svolge ancora come cinquant’anni fa. Inizia con l’acquisto del legno. Per le forcole si utilizza il noce dall’Est Europa, caratterizzato da venature compatte e omogenee che, consumandosi, restano molto lisce: “Una forcola di quercia o rovere formerebbe tantissime schegge, rovinando subito il remo. Il noce invece è resistente: una forcola può durare una ventina d’anni, ma ne ho viste anche di quaranta”.

Il legno viene poi diviso in quarti e lasciato ad asciugare per almeno due anni. “A quel punto, posso sbozzare grossolanamente le forcole da gondola con uno stampo” prosegue Brandolisio, mentre passa la mano nella sanca, la curvatura che permette l’appoggio del remo.
Un aspetto determinante nell’intaglio è la personalizzazione. “Quando il gondoliere viene in bottega e ordina la sua, gliela faccio su misura, in base alla sua altezza, alle sue esigenze e alla sua esperienza. Se ne ha ancora poca, si affida a me”. Persino la zona della città in cui lavorerà il gondoliere influisce: “Piazza San Marco presenta più vento e più onde; per chi guida i traghetti interni è diverso. Ogni aspetto viene personalizzato”.

I remi: dal faggio al rigore del ramino

Per i remi, soggetti a un consumo maggiore e prodotti secondo un processo più standard, il legno scelto è l’indonesiano ramino, subentrato al faggio a partire dagli anni Cinquanta. “Sono molto resistenti entrambi, ma il faggio tende a contorcersi per la sollecitazione dell’acqua e del sole. Il ramino è molto rigido e resta sempre dritto, ma è più leggero”.
Oggi il ramino è un lengo protetto e la produzione avviene attraverso accurati incollaggi di pezzi più sottili per formare la pala del remo, che viene poi piallata, rifinita e verniciata.
“Un remo nuovo dura un annetto, poi bisogna iniziarne la manutenzione. Un remo ti dice molto di chi lo ha utilizzato: se ci si appoggia, se lo tiene più dritto, se ne ha cura, se presta attenzione ai movimenti in acqua”.

Pialle, asce e la memoria nobile della fatica

Tra le conoscenze custodite dall’artigiano veneziano figura anche l’evoluzione nel tempo degli strumenti necessari per il proprio lavoro.
Una pialla elettrica si trova poco distante da quella manuale, arrivata in laboratorio nel 1941: “L’abbiamo utilizzata tutti: io, il mio maestro, il suo maestro prima di lui”. Brandolisio conserva ancora gli stampi utilizzati da Carli e una pesante ascia, oggi sostituita da una sega.
“Credo che l’artigianato e il lavoro manuale nobilitino l’uomo, ma i nostri anziani, incluso il mio maestro, arrivavano da infanzie di grande fatica. Carli iniziò a lavorare qui in seconda elementare, per aiutare il padre. Abituati a tanti anni di lavoro durissimo, accolsero le innovazioni tecnologiche senza grande attenzione a tenere traccia degli strumenti usati fino a quel momento. Ai loro occhi, rappresentavano soltanto fatica”.
Mentre Brandolisio racconta, a vigilare sul suo lavoro quotidiano è San Bartolomeo, protettore dei remeri. Lo osserva da una stampa che riproduce la Mariegola, lo statuto ufficiale della corporazione d’arte e di mestiere.

Le forcole-scultura: l’arte che ha dato una svolta al mestiere

Accanto a manufatti del passato, nel suo laboratorio Brandolisio conserva anche alcune forcole-scultura. “Fu il mio maestro a iniziare a proporle in questa forma negli anni Sessanta: un contributo che diede una svolta al nostro mestiere, fino a quel momento non molto considerato. Ne espose una anche al Museo d’Arte Moderna di New York”.
Dopo quarant’anni di lavoro, per il remèr la parte più bella è sempre la stessa: “Quando tagli un pezzo di legno, sembra sempre nuovo. Mi affascina il processo artigianale, il fatto di comprare il legno e seguire tutte le fasi di lavorazione fino alla consegna del manufatto. Soprattutto, mi appassiona il fatto di vederlo usare, che è ciò che gli dà senso”.

Brandolisio mi conferma di ritrovare il proprio tocco in alcuni dettagli dei remi e soprattutto delle forcole che produce: “Quando mi capitano in mano, anche a distanza di anni, capisco perché li abbia realizzati in quel modo e vedo la mia evoluzione nel tempo: il mio può sembrare un settore circoscritto, ma, accanto alla sicurezza e all’esperienza, sento sempre anche la voglia di scoprire e migliorare”.

Il futuro del remèr: salvare lo spirito artigiano di Venezia

Diversamente da molti altri mestieri artigianali veneziani, negli anni quello del remer ha conosciuto una crescita, offrendo la propria arte a una categoria centrale nell’industria turistica veneziana, quella degli oltre quattrocento gondolieri: dai due remeri di vent’anni fa, oggi in città se ne trovano quattro. “Quello della tutela dell’artigianato è un tema complesso – commenta Brandolisio – Affinché abbia ancora senso, dovrebbe cambiare il mondo esterno. Non possiamo pensare di salvare l’artigianato come salviamo il panda: non si tratta di mantenere l’attività di costruzione di forcole e remi, ma lo spirito artigiano di questo lavoro, che parte sempre dalla cura di una certa mentalità e cultura. Un mestiere non è scollegato dal contesto che ha intorno. Quando a Venezia sono arrivati i motori, le barche a remi sono sparite”.

Piste “ciclabili” sull’acqua: la proposta per la laguna lenta

Il remèr ha una proposta per conciliare culture diverse: “Credo si dovrebbe cominciare con poco, creando in laguna i corrispettivi delle piste ciclabili: zone in cui le barche a motore devono ridurre la velocità a 2 all’ora, da allargare ed estendere nel tempo”.
“Vedo pochi segnali in questo senso, ma qualcuno c’è: penso ad esempio all’associazione VeniceOnBoard di Cannaregio, un gruppo di tre ragazzi che insegnano a vogare e si occupano di restauro di imbarcazioni tradizionali. A me va bene che si organizzino le regate storiche e le gare tra bambini, ma vorrei vederli vogare tra i rii della città ogni giorno”.

Mentre parla, il mio sguardo ritorna di tanto in tanto a una forcola appoggiata a terra, un po’ in disparte: “Quella è l’incompiuta di Carli” mi dice. È un pezzo unico, lasciato a Brandolisio dal suo maestro alla cessione della bottega. Pur leggermente coperto di polvere di legno, sembra emanare un’aura solenne.

Mentre lascio il laboratorio, inciso nella sua torsione elegante mi sembra di scorgere il genio dell’uomo, il talento dell’individuo, un sapere immutato da custodire e costruire.