A Crocetta del Montello con Franco, Alessandra e i volontari che, di notte, salvano migliaia di rospi, rane e salamandre per proteggere la biodiversità

“Il concetto è che la rete deve essere perfettamente aderente al terreno: i rospi non devono passare”. La frase è un proposito, ma anche un avvertimento.
È un sabato di inizio febbraio e ci troviamo a Crocetta del Montello lungo la Panoramica, una strada che serpeggia attraverso il versante settentrionale del Montello, rilievo collinare in provincia di Treviso.

Le operazioni iniziano al risveglio dal letargo, quando inizia la migrazione verso il Piave

L’uomo che sta parlando si chiama Franco Nicoletti, indossa un gilet catarifrangente ed è circondato da una decina di persone, anch’esse segnalate da giubbini ad alta visibilità, con una mazzetta in una mano e un secchio colmo di graffe metalliche nell’altra. Sto per assistere alla posa per diversi chilometri di basse reti di protezione lungo un lato della carreggiata: è così che ogni anno, poche settimane prima che decine di migliaia di anfibi si risveglino dal letargo e inizino la loro migrazione verso il Piave, l’associazione SOS Anfibi si prepara a proteggerne il percorso: “Queste barriere temporanee li bloccano prima che possano raggiungere il manto stradale. Quando iniziano le migrazioni, da inizio marzo fino più o meno all’inizio di aprile, realizziamo ogni sera veri e propri interventi di salvataggio” racconta Alessandra Bogo, presidente di SOS Anfibi, di cui è referente per il Montello insieme a Franco.
“Interveniamo tutte le sere dopo il tramonto, perché gli anfibi escono solo con il buio, soprattutto quando piove. Li recuperiamo utilizzando dei secchi, per poi portarli in sicurezza nel Piave. In una serata normale possiamo recuperarne dai 500 ai 600, ma in quelle particolarmente piovose siamo arrivati anche a 1200”.

Mentre Alessandra riporta questi dati, Franco segue alcuni volontari che oggi partecipano per la prima volta: lo sento spiegare loro come raddrizzare le graffe o chiudere alcuni vecchi buchi che potrebbero trovare sulle reti, riutilizzate di anno in anno: “Non è necessario avere alcuna competenza specifica – mi spiega – bastano un po’ di tempo e di sensibilità ambientale. Il resto si impara sul campo, insieme”.
Mentre sta prendendo le misure per piantare una graffa, chiedo a una volontaria perché oggi sia qui: “Abitando a Crocetta del Montello, in passato mi era capitato di vedere i volontari impegnati in queste attività. Quest’anno ho saputo che cercavano volontari attraverso un gruppo WhatsApp di cui faccio parte, dedicato alla causa plastic-free. Ho voluto partecipare quasi seguendo un richiamo, perché credo sia importante fare la mia parte”. A pochi passi, un’altra volontaria sta raccontando il dialogo avuto con la commessa del negozio dove il giorno prima ha acquistato gli stivali da pioggia, che le ha chiesto se le servissero per andare a caccia : “Le ho risposto che dovevo andare a caccia di rospi”.

Un’associazione di volontari, nata nel 2013 per salvare gli anfibi

L’associazione conta una novantina di volontari iscritti, per quanto non tutti partecipanti con regolarità, e ha iniziato le proprie attività proprio sulla Panoramica e al Laghetto Benzoi di Volpago, una delle raccolte d’acqua più grandi del Montello: “Ci siamo costituiti nel 2013, a partire dalle attività informali del Gruppo Salvataggio Anfibi, attivo già nel 2009. Ma i primi salvataggi risalgono al 2003, il problema era già molto sentito allora – prosegue Alessandra – Nel corso del tempo, anche attraverso la collaborazione con l’ENPA di Treviso, siamo venuti a conoscenza di simili problematiche di migrazione anche in altre aree, dai Laghi di Revine al Bosco del Fagaré a Cornuda, fino al Cavaso del Tomba e alla Cava Orsenigo a Castagnole, e abbiamo esteso di conseguenza le aree in cui interveniamo”.

Oggi, SOS Anfibi è presente anche nel vicentino, sui Colli Euganei di Padova e a Verona. Accanto ai recuperi, svolge anche attività di sensibilizzazione insieme ad altre associazioni del territorio o nelle scuole, con iniziative che coinvolgono sia i bambini che i loro genitori. “Paradossalmente – prosegue Alessandra – all’inizio è stato più facile trovare volontari da città lontane che da queste zone. D’altra parte, è chiaro che i primi a rispondere sono coloro che hanno già sensibilità verso certi temi: molti non colgono la problematica, a volte non sanno nemmeno che gli anfibi migrano. È una consapevolezza che si diffonde un po’ alla volta”.

Mentre parliamo, due ciclisti rallentano e si rivolgono a un volontario. “Anche solo la posa delle reti costituisce un’ottima modalità per informare le persone – riprende Alessandra – In molti si fermano a chiederci che cosa stiamo facendo. A distanza di diversi anni, e con grande soddisfazione, sentiamo che molti ciclisti ci riconoscono e spiegano ai loro amici chi siamo e perché agiamo così”.

Salvare gli anfibi significa proteggere la biodiversità

Prima che l’associazione avviasse le proprie attività di conservazione attiva e mitigazione dell’impatto stradale, il tasso di mortalità per schiacciamento degli anfibi era altissimo. “Parliamo di migliaia di esemplari. In questo territorio, avvertono il forte richiamo del Piave: è un aspetto ancestrale negli anfibi, che per riprodursi tendono sempre a tornare nel luogo dove sono nati. Non si tratta solo di un problema etico: tutelare le diverse specie significa proteggere la biodiversità e così gli equilibri dei nostri ecosistemi. Questo, oltre che per gli anfibi, è fondamentale anche per noi”.

Ad oggi gli anfibi in pianura si sono molto ridotti a causa di fattori come antropizzazione, consumo di suolo, inquinamento e presenza di specie aliene, al punto che almeno 150 specie sono già scomparse e circa un terzo della popolazione mondiale delle oltre 6000 specie di anfibi rischia l’estinzione: proteggere la loro classe – che è la più minacciata dalle attività umane e dalle trasformazioni ambientali e che costituisce un indicatore molto sensibile della qualità di un ambiente – diventa così una missione fondamentale.

Gli anfibi salvati sono migliaia: vengono schedati e monitorati

Durante i salvataggi, i volontari svolgono anche un’attività di schedatura e monitoraggio delle specie presenti nell’area, che imparano a riconoscere grazie a una formazione iniziale: “Qui ne esistono diverse: dal rospo Bufo bufo, il più comune, alla rana di Lataste, presente soltanto nella Pianura Padana e in piccole aree di Croazia, Slovenia e Canton Ticino, tutelata a livello comunitario. E poi rana dalmatina, rospo smeraldino, rana verde, raganelle, tritoni, salamandre. Le loro migrazioni non iniziano tutte insieme: man mano che le temperature salgono, possiamo arrivare a trovare nella stessa serata una decina di specie diverse, di cui contiamo tutti gli esemplari per avere dati sempre aggiornati sia sulla loro presenza, che sull’impatto e sull’utilità dei nostri recuperi”.

Il numero totale di anfibi salvato ogni anno sulla Panoramica arriva a circa 7000 esemplari, a cui si aggiungono i 4000 di Cavaso del Tomba, i 12.000 del Bosco del Fagarè di Cornuda e i quasi 2000 del Laghetto Benzoi – anche se Alessandra chiarisce che sono dati di media, influenzati anche dai cambiamenti climatici e che vanno studiati in un periodo di almeno dieci anni.
Tra gli obiettivi di SOS Anfibi, tuttavia, c’è anche quello di sensibilizzare le amministrazioni pubbliche, Regione inclusa, circa la necessità di interventi strutturali a tutela degli anfibi: “Noi vorremmo che venissero costruiti dei rospodotti permanenti, cioè dei tunnel di attraversamento sottostradali: in alcune zone è possibile mitigare i rischi per gli anfibi anche attraverso la costruzione di aree umide in luoghi che evitino loro di dover attraversare strade. In un’area come questa, però, il richiamo del Piave è troppo forte. Nelle persone la sensibilità c’è ed è spesso molto marcata, mentre riscontriamo minore interesse a livello politico. I primi anni di attività sono stati molto duri, ora per fortuna ne stiamo però raccogliendo i frutti”.

L’esperienza sul campo nella località di Santa Mama, con giubbino catarifrangente e guanti

Ci ritroviamo a distanza di alcune settimane nella località di Santa Mama, sempre a Crocetta del Montello, la sera di un piovoso sabato di inizio marzo. Franco si sincera che sia provvista di giubbino catarifrangente e pila e mi consegna due guanti usa e getta in polietilene: “Non va dimenticato che gli anfibi sono animali a sangue freddo, che non è opportuno toccare a mani nude per evitare di ustionarli o di trasmettere loro malattie”. Mi affida a Serena e Chiara. Quest’ultima, residente a Belluno ma originaria di queste zone e con già diverse esperienze di salvataggio alle spalle, ha convinto anche l’amica a partecipare: “Passeremo un sabato sera alternativo” scherzano.

Ci avviamo lungo il bordo della strada, illuminando le reti con le pile nel buio altrimenti quasi totale. Già nei primi metri, iniziamo a individuare diversi rospi mimetizzati tra le foglie: Serena e Chiara cominciano a raccoglierli e proseguiamo nell’oscurità, mentre dai loro secchi inizia a levarsi un gracidio incessante. Con regolarità, vediamo sopraggiungere automobili a velocità elevata, che rallentano un poco quando notano il bagliore delle pile. A questo punto della migrazione, le reti sono state installate anche sul lato opposto della strada: “Gli anfibi depongono le uova, ma dopo una quindicina di giorni iniziano a risalire. Questo significa che le due migrazioni a un certo punto si incrociano, il che complica un po’ le nostre attività, perché rende difficile capire in quale direzione siano diretti gli anfibi. Cerchiamo di capirlo dalla posizione in cui li troviamo e, nel caso delle femmine, osservando se siano gonfie di uova o meno”.

La ricerca e la “liberazione” dei rospi nel Piave

Dopo un’ora di perlustrazione attraverso il tratto assegnato a Serena e Chiara, quando entrambe hanno raccolto svariate decine di rospi, ci dirigiamo nel luogo dello scarico – il delicato svuotamento dei secchi in un corso d’acqua prossimo al fiume –, attraversando un tratto di campagna buia e scendendo lungo un breve pendio reso scivoloso dalla pioggia.Il rumore del fiume si fa via via crescente. “Fai molta attenzione: la maggior parte degli anfibi entra quasi subito in acqua, ma alcuni hanno bisogno di orientarsi ed è facile non vederli e pestarli. Dopo tutto questo, sarebbe proprio una beffa”. Accucciati accanto all’acqua, i volontari Carlo e Francesca stanno schedando tutti gli anfibi raccolti tramite una registrazione vocale, prima di affidarli al fiume: “Oggi non ne vedi molti – raccontano scherzosi – ma l’anno scorso, in alcune serate di forte pioggia, ne abbiamo trovati così tanti che, quando svuotavamo i secchi, sembrava di poter costruire un castello di rospi”. Poi si voltano e riprendono le registrazioni.

Un’associazione nata per onorare la passione del giovane naturalista Enrico Romanazzi

Osservarli di spalle nell’oscurità, mentre si entusiasmano per il ritrovamento di una rana smeraldina, mi riporta alla mente come sono venuta a conoscenza di questo progetto – me ne restituisce un senso silenzioso e vastissimo. È stato alcuni anni fa, attraverso un cartello all’esterno di una trattoria non lontana da qui, che presentava i diversi percorsi del Sentiero Enrico Romanazzi: un itinerario dal centro di Santa Maria della Vittoria lungo la Val dell’Acqua, tra le prese XII e XIII fino al laghetto Benzoi, pensato per far conoscere la biodiversità e varietà di ambienti del Montello e dedicato al giovane naturalista, ricercatore e divulgatore Enrico Romanazzi, scomparso prematuramente nel 2016.
Il pannello ricordava che a lui, che allo studio e alla conservazione della fauna e soprattutto dell’erpetofauna aveva dedicato la propria vita, si doveva il ripristino di numerose aree umide del Montello, “preziosa memoria storica del colle”, e la fondazione dell’Associazione SOS Anfibi “di cui era vicepresidente e insostituibile esperto”, creata coinvolgendo decine di volontari in una rete di relazioni che aveva al centro – io immagino anche con un continuo, meravigliato stupore – “la propensione a conoscere, amare e prendersi cura del più minuscolo essere vivente”.