Il pericolo e il fascino dell’antico mestiere di chi mette in sicurezza i blocchi di marmo di Carrara
Carrara – “Spacca la roccia bianca che sotto il capo pende, in miniera si scende in cava si sale“, ha scritto Davide Giromini, un noto cantautore di Carrara. E, nella cava di marmo bianco, il tecchiaiolo è quello che più di tutti si avvicina al cielo.
Carrara è famosa in tutto il mondo per le sue montagne di marmo, petrolio bianco per imprenditori locali, materia prima di artisti e vita per chi lavora nelle cave di estrazione; è terra di tradizioni e contraddizioni, di genuinità e ingiustizie, un insieme di sentimenti contrastanti che inglobano chi la vive in una sorta di relazione amorosa complicata.
A Carrara, con la sua posizione fra il Mar Tirreno e le Alpi Apuane, si parla un dialetto “ibrido”, frutto della convivenza tra popoli di confine, e gli antichi mestieri che tuttora si praticano sono legati per la maggior parte all’estrazione del marmo, intorno al quale gira tutta l’economia e la cultura locale.
Il famoso “cavatore” è il simbolo della città, un emblema di forza e sudore, ma alzando gli occhi dal piazzale di lavorazione, premio per chi possiede uno sguardo più attento, si può scorgere un puntino muoversi sull’imponente lenzuolo bianco marmoreo. È il tecchiaiolo.
Il mestiere del tecchiaiolo è fra i più antichi di questa zona, ma è ancora poco conosciuto anche agli stessi carraresi. Chi lo pratica si dedica alla pulizia del fronte cava, detto in dialetto locale “tecchia”.
I tecchiaioli si arrampicano sulla montagna e restano per ore sospesi nel vuoto, lavorando in condizioni estreme, per mettere in sicurezza il fronte roccioso e proteggere i cavatori che lavorano nel piazzale da possibili pericoli, come la caduta di massi. La maggior parte di questi operai sono uomini leggeri, agili come gazzelle per poter salire con abilità sulle punte più alte della cava. Ma, tra tutti questi, non passa inosservato Matteo Munda, con i suoi 192 centimetri di altezza e i 110 kg di peso: è il “Gigante Tecchiaiolo”.
Matteo Munda ha 35 anni, è laureato in Scienze agrarie, opera come volontario del soccorso alpino e da anni è appassionato di speleologia. Come dipendente, fa parte della cooperativa dei tecchiaioli Apian da quattro anni, da quando ha capito che non avrebbe trovato la felicità seduto in qualche ufficio con finestra sul solito paesaggio, ma nella sveglia che ogni mattina suona prima del sorgere del sole per portarlo verso panorami sempre nuovi.
“Questo è quello che desideravo fare da grande – dice Matteo- Volevo qualcosa che mi permettesse di stare all’aria aperta e a contatto con la natura. Amo il mio lavoro, mi diverte e mi emoziona, e questo è fondamentale per poter fare il tecchiaiolo, un mestiere che necessita di massima attenzione”.

Matteo è molto conosciuto nel suo ambiente e la sua “stazza” lo distingue da tutti gli altri. Quello del tecchiaiolo è uno fra i mestieri più affascinanti e pericolosi e, per celebrarlo, la scorsa estate è stata inaugurata all’ingresso del centro di Carrara una statua dello scultore Luciano Monfroni, rappresentativa di questo operaio che ogni giorno, nonostante le nuove tecnologie, si cala lungo la parete rocciosa – saldamente legato a una corda – per eliminare i massi pericolanti, armato di martello e paletto.
Matteo Munda ci spiega che la prima caratteristica per lavorare come tecchiaioli è essere persone affidabili: “Tu dai la tua vita in mano al collega, e il collega ti affida la sua. Lavoriamo letteralmente (e metaforicamente) appesi a un filo che non concede margine di errore”. Coscienza, conoscenze in speleologia e alpinismo ed esperienza sono il bagaglio di un bravo tecchiaiolo.
È singolare come gli operai delle cave parlino della montagna come di un essere vivente, di una donna con la quale parlare e che nel tempo hanno imparato ad ascoltare.
Ma, nonostante l’esperienza, la montagna è sempre imprevedibile:
“Il rischio in questo mestiere è costante, non si può mai perdere l’attenzione. Fondamentale poi è l’approccio mentale, la serenità e l’amore verso ciò che si sta facendo, che cambia il modo in cui si percepisce il pericolo. Inoltre è proprio nei momenti di intensa difficoltà che ti rendi maggiormente conto di quanto sia fondamentale la totale fiducia verso i tuoi colleghi, essendo tutti legati, e l’esperienza nelle tecniche di alpinismo.”
L’onestà morale e intellettuale è la caratteristica principale che deve avere il tecchiaiolo per riuscire ad affrontare ogni giorno le altezze e gli imprevisti. Ogni giorno, Matteo Munda è spettatore di uno spettacolo riservato a una limitata “élite”. Non esiste infatti biglietteria dove poter comprare il posto a sedere. Ogni giorno il tecchiaiolo scopre orizzonti nuovi e riscopre quelli quotidiani, guardandoli da un punto di vita differente: quello dell’altezza e della costante adrenalina del pericolo. Il suo è un panorama che noi, con i piedi per terra e la testa tra le nuvole, possiamo solo immaginare.
Matteo Munda è un gigante buono. È il classico tipo che con la sua stazza dà una senso di protezione a chi gli sta vicino e potrebbe incutere terrore ai malintenzionati. Riservato, sembra appartenere a un’altra epoca per i desideri e i valori di cui si fa promotore, e lo dimostra anche la sua scelta di entrare nella cooperativa di un mestiere così tradizionale. Ha un viso che sembra disegnato, arrossisce facilmente e la folta barba che copre quasi interamente il volto è un’ottima alleata per la sua timidezza, ma non abbastanza per celare la spiccata espressività dei suoi occhi, che hanno il luccichio di chi ammira ogni giorno tanta bellezza.
Matteo è la montagna personale del suo piccolo Giulio, di appena 15 mesi, che si arrampica senza sicure sul suo papà (o meglio, babbo). “Mi chiedi cosa farei se Giulio vorrà fare da grande il tecchiaiolo? Perché no, sarei d’accordo. Significherà per lui sviluppare un forte senso di responsabilità, altruismo e amore per la natura.”
Matteo Munda è uno che parla poco, le sue emozioni trapelano facilmente dall’espressività di chi vorrebbe e potrebbe raccontare tanto, ma non lo fa fino a quando non gli viene chiesto; lui, così giovane, ha già l’opportunità di raccontare a suo figlio di essere protagonista ogni mattina di un’avventura, di fare un mestiere nato dalla generosità di aiutare gli altri, di essere parte ogni giorno di un quadro; potrà raccontargli di come lui così grande, in realtà, sulla parete bianca sia così piccolo.
Angeli custodi, ragni bianchi… in tanti modi sono stati chiamati negli anni i tecchiaioli, io alla fine di questa chiacchierata li vorrei ribattezzare “acrobati”. In questo circo bianco, Matteo è il gigante che ha deciso, opponendosi alle banalizzazioni, di danzare sui fili con una leggiadria spinta dal senso di responsabilità e dalla passione.
Passione per la montagna, per la natura, per tutto ciò che in questa terra può considerarsi vero: come il sorgere del sole, la fatica nelle mani, come il panino al pomodoro mangiato nei momenti di pausa con i colleghi e la polvere di marmo che ogni giorno porta a casa con i suoi scarponi… se potessero parlare!