Viaggio nell’isola dei ricordi, cercando la bellezza del “vivere semplice”

Sono nato a Burano, un’isola al centro della Laguna di Venezia, dove il vivere comune è sempre stato condivisione, dove socializzare significava spartire, mettere insieme agli altri la tua quotidianità, dove difficilmente uno si sentiva solo e il proprio vivere quotidiano era il vivere quotidiano di tutti.
Merletto di Burano

Merletto di BuranoOra abito a pochi passi dal mare, poco distate dall’isola dove sono nato e dove ritorno spesso anche di sera, quando i turisti rientrano frettolosi a Venezia. Ci ritorno nel silenzio cercando le mie radici, per fotografare una Burano che esiste solo nella mia memoria, quando non era ancora soffocata dall’indifferenza più assoluta né tristemente venduta a un turismo di massa.

Oggi ai miei giorni, nell’età della maturità, rivedo l’isola della mia infanzia cercando di ritrovare quei volti, quegli spazi che si perdono nella memoria e nel tempo e che diventano per me fonte di profonda riflessione e ispirazione. Per me è difficile pensare di vivere in posto dove non ci sono colori, dove non puoi intravedere una linea di orizzonte, dove non senti il rumore o il profumo del mare, dove il silenzio non diventa musica.

Spesse volte mi chiedo quanto la terra dove siamo nati ti può cambiare la vita, quanto il luogo in cui siamo cresciuti influenza il nostro futuro, la nostra storia personale, il nostro carattere, il modo di vivere la nostra cultura. E allora, come in un vecchio album di fotografie ingiallite dal tempo, mi passano davanti volti e gesti che sono stati i veri protagonisti del racconto della mia infanzia, i veri compagni di questo viaggio, quelli che alla fine ti hanno lasciato qualcosa di profondo e hanno dato il vero senso alla tua vita.

Merletto di BuranoSono tornato in isola in un freddo e piovoso pomeriggio di inverno per incontrare una merlettaia di ottant’anni, Nilvia, nata il 25 maggio 1939. È una delle ultime merlettaie di Burano che mi ha aperto la porta di casa come si fa ad un vecchio amico, mi ha offerto un caffè nero caldo, mi ha raccontato la sua vita e si è lasciata con tenerezza fotografare, perché avevo bisogno di fermare quel tempo, quell’attimo, raccoglierlo e raccontarlo attraverso la fotografia.

La sua è stata una vita dura, di stenti, difficile in tempi in cui la povertà non guardava in faccia nessuno. Il marito era un pescatore, lei ha cresciuto da sola le loro quattro figlie. Ho chiesto, con timore, di fotografe le sue mani, i suoi sguardi, le sue rughe, la sua arte come fosse un racconto e lentamente mi si è aperto un mondo inaspettato: Nilvia mi ha mostrato con semplicità e fierezza i suoi capolavori di una vita e si è raccontata con semplicità.

Merletto di BuranoSi è confidata e mi ha detto che quando ha l’ago in mano è felice e si sente in un’altra dimensione, che poi è la sensazione tipica che provano i veri artisti.

Ho voluto così, in quel piovoso pomeriggio d’inverno, incontrando Nilvia, forse chiudere un cerchio, incontrare e fermare le lancette del tempo. Oggi mi occupo di fotografia. Chissà perché: me lo sono chiesto tantissime volte, forse per raccontare quello che ho visto e ho vissuto, forse per non accantonare in un angolo quei ricordi che sono ancora memoria viva dentro di me, forse per tenere stretto quel legame, forse per poter fermare attraverso qualche scatto la storia degli ultimi rimasti ancora in angolo di paradiso perduto.