Il servizio fotografico per questo articolo è stato realizzato da Vincenzo Capobianco
Dalla Sardegna, la storia di una famiglia e di un mestiere affascinante che sta per scomparire
Cabras (Oristano) – Una luce in lontananza, un riparo dalle intemperie, una meta da raggiungere, un luogo immerso nella natura, lontano da tutto e da tutti. Nell’immaginario collettivo, il faro è da sempre un elemento ricco di fascino e di mistero. Il primo della storia, una delle sette meraviglie del mondo, è il Faro di Alessandria, fu costruito nel III secolo a.C sull’isola di Pharos – da cui deriva il nome – e rimase in funzione fino al XIV secolo, quando venne distrutto da due terremoti.
Attualmente, la marina militare italiana gestisce 147 fari (Fonte: marina militare), ma sono pochissimi quelli tuttora abitati e presidiati dai guardiani. Eppure, da tutto il Paese, continuano ad arrivare richieste di informazioni su come si diventa faristi e si gestisce un faro, sperando, un giorno di coronare il sogno romantico di vivere a stretto contatto con il mare e la natura.
I nuovi sistemi digitali come la navigazione a lungo raggio (LORAN) e il GPS, tuttavia, hanno gradualmente sostituito il controllo e la regolazione manuale della luce e i fari, un po’ in tutto il mondo, sono stati riconvertiti a uso turistico e ricettivo.
In Sardegna,abbiamo avuto la fortuna di andare a trovare uno degli ultimi guardiani del faro, precisamente nel golfo di Oristano.
Questa zona, a sud Ovest dell’isola, è un piccolo paradiso per gli amanti della spiaggia, degli sport acquatici, ma anche della storia e dell’archeologia. Sul Golfo, infatti, si affaccia l’area archeologica dell’antica città di Tharros, il cui simbolo è la torre di San Giovanni, costruita tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo sulla sommità dell’altura che domina il sito.
(Per informazioni su Tharros: http://www.tharros.sardegna.it/ )
Il guardiano si chiama Giuseppe Deriu e il “suo” faro è quello di Capo San Marco, che si trova sulla scogliera a picco dell’omonimo promontorio, che chiude a Nord il golfo di Oristano e fa parte dell’area protetta della penisola del Sinis. Il faro, a due piani, ha una torretta a pianta quadrata dove poggia la torre cilindrica con la lanterna, e la sua costruzione risale al 1924.



Giuseppe Deriu lo gestirà fino alla fine del 2018, dopodiché anche questo faro, come tanti altri, diventerà oggetto di interesse per una riconversione che, ci si augura, andrà a beneficio del pubblico.
Come tutti i guardiani Deriu opera per conto della marina militare, ma, come pochi altri, ha imparato il mestiere da sua madre, Elisabetta Deriu, la prima donna fanalista d’Italia.
“Mio padre, Graziano, era un guardiano del faro e mia madre lo seguiva, di faro in faro, per tutta la Sardegna – racconta Giuseppe – Io e i miei tre fratelli siamo nati e cresciuti respirando questo mestiere e questa vita“. “Abbiamo vissuto anni felici, da bambini trascorrevamo tutte le stagioni estive al faro, ascoltando il rumore delle onde, guardando le stelle e scoprendo la bellezza, ma anche le insidie, della natura selvaggia.

“Nel 1967 mio padre è mancato – continua Giuseppe Deriu – e mia madre si è trovata sola, con pochi soldi e quattro figli da allevare, due maschi e due femmine”. “Ha quindi deciso di prendere il posto di mio padre e, anche grazie alle agevolazioni che la marina militare riservava per i coniugi dei faristi morti in servizio, è stata la prima donna in Italia a svolgere questo mestiere“.
La storia di Elisabetta Deriu è stata ben raccontata dalla giornalista Barbara Calanca in un articolo uscito nel 2003 sul quotidiano “La Nuova Sardegna”. Nel 1969 con il primogenito Vincenzo, all’epoca ventenne, la pioniera delle fanaliste donne ha seguito, a La Spezia, il corso per imparare a manovrare i motori, gestire l’elettricità e occuparsi della manutenzione. Per primo le è stato assegnato il faro di Torre Grande, poi è diventata reggente nel vicino Capo San Marco, che prima di passare in gestione a Giuseppe – formatosi anche lui a La Spezia – è stato abitato per alcuni anni dal fratello Vincenzo.
“Ho molti bei ricordi d’infanzia qui, a Capo San Marco, dove da bambini abbiamo vissuto con le famiglie di altri due colleghi fanalisti. Era una vita semplice, ci divertivamo e avevamo a nostra disposizione un asinello per i trasporti“, racconta il guardiano. “L’acqua piovana veniva raccolta nelle cisterne e i fanalisti si davano il cambio per dare la carica. Adesso, invece, è tutto automatizzato, con le tecnologie non c’è più bisogno di un guardiano che gestisca le operazioni manualmente”.
Giuseppe ci ha portato a vedere il grande “occhio di vetro“, la lampada del faro, che ha una portata di 18 miglia. Consiste in un sistema di lenti a cerchi concentrici, ideato nell’Ottocento dall’ingegnere francese Augustin Jean Fresnel, che ruota attorno a un asse verticale e permette alla luce di produrre fasci luminosi, a segnali intermittenti, visibili a lunga distanza.
Nei fari di oggi le lampade interne sono elettriche e l’ottica è gestita da un motore alimentato da un generatore a diesel o, in alcuni casi, da pannelli fotovoltaici.
“Il mio ruolo è controllare che tutti i segnalamenti siano funzionanti”, spiega Giuseppe Deriu. “Il primo faro che mi è stato assegnato è stato quello di Olbia; ho fatto anche cinque anni di faro isolato a Porto Cervo. Isolamento puro”, aggiunge. “Non è sempre facile vivere così, sei lontano da tutto e da tutti, vivi solo per la maggior parte del tempo e con questo silenzio impari a convivere. Ha molti lati positivi, altri negativi. Ma sono contento di aver fatto questo mestiere”.

Nella torre di Capo San Marco, Giuseppe Deriu vive in un appartamento, dove non mancano foto storiche e cimeli “vintage” che ricordano il passaggio di chi lo ha preceduto. Oltre le finestre, il Mar di Sardegna si infrange sugli scogli con naturale violenza, confondendosi con l’azzurro del cielo.

“Questo lavoro mi lega da sempre alla storia della mia famiglia. Il faro è stato la mia casa, quella di mio padre, di mia madre e dei miei fratelli”, dice Giuseppe. “Il mio ruolo, qui, sta per giungere al termine ma mi piangerebbe il cuore vedere questo faro versare in uno stato di abbandono”.
Spero davvero che una riqualificazione ci sia e che il faro venga aperto al pubblico per eventi e iniziative che tengano viva la sua storia e quella di chi lo ha vissuto e amato.






